BuzzFeed, Snack Information e Gamification. Giusto un paio di parole.

Di BuzzFeed avevo solo sentito parlare ma Gianluca Diegoli mi ha convinto ad approfondire un po’. Ecco un paio di brani che riprendo da [mini]marketing:

È necessario pensare a una forma di contenuto completamente differente, composta da piccoli pezzetti scomponibili, ognuno dei quali possa essere anche un messaggio di per sé autosufficiente, cioè che abbia senso autonomamente dal resto del pezzo (almeno un po’) e che soprattutto (come causa effetto del punto precedente) possa essere condiviso.

Ecco, l’informazione che vincerà (capitemi, nel bene e nel male) online è quella che può essere scansionata, condivisa, citata.

Tempo fa leggevo qua e là lamenti sul fatto che BuzzFeed fosse la fine della cultura. Io invece credo che questo modello foto-frase-foto-frase possa essere usato per qualsiasi cosa, dalla più turpe alla più alta.

Sinceramente, negli articoli che ho prelevato a campione da BuzzFeed non ho rintracciato il canovaccio che, dalla descrizione di Gianluca Diegoli, mi sarei aspettato. I pezzi sono anche “lunghi” e ragionati (sarà che ho volutamente pescato nella sezione Politica…).

Ma il punto non è questo.

In primo luogo: cos’è che abbiamo adesso che non può essere scansionato, condiviso o citato? Io direi che qualsiasi cosa lo è.

Se per informazione scansionabile, condivisibile (socialmente, nel senso delle piattaforme sociali) e citabile si intende la snack information, direi allora che l’informazione buona (quella che porta alla conoscenza pertinente – per usare le parole di Morin; la conoscenza che rende strategica l’informazione online per la crescita del Paese e che per questo, come previsto dal Modello che propongo di ecosistema informativo, dovrebbe essere facilitata culturalmente, tecnologicamente ed economicamente dallo Stato) è altra cosa. E quindi, più che assecondare una tendenza in nome del traffico, io tenterei di invertirla con altre strategie di packaging. E forse ha davvero ragione Pier Luca Santoro quando ci fa la predica parlando di Gamification!

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@pedroelrey intervista @marcobardazzi e @ciropellegrino. I miei appunti in salsa #1news2cents

Pier Luca Santoro ha pubblicato le interviste integrali, pubblicate in forma ridotta sulle pagine dell’inserto di Repubblica sul mondo del lavoro a a Marco Bardazzi (la Stampa) e Ciro Pellegrino (Fanpage). Ecco le mie osservazioni in chiave #1news2cents su alcune delle risposte date dai due giornalisti.

No Gossip. Il mio lavoro di studio #1news2cents ha individuato sette attributi per valutare la qualità di un articolo giornalistico; uno di questi attributi è la

Le 5 W del giornalismo valgono sempre (Who, What, When, Where e Why), ma le prima 4 sono sempre più alla portata di tutti: il nostro valore aggiunto si concentra soprattutto sull’ultima, Why? Spiegare e approfondire. (Marco Bardazzi)

E ti pare poco!, mi verrebbe istintivamente da dire. Il Why, la spiegazione, l’approfondimento e – aggiungo io – la contestualizzazione, contribuiscono fortemente a dare all’articolo il rango di contenuto di qualità poiché, rifacendomi all’approccio che ho utilizzato nel mio lavoro di ricerca, consente di assegnare il massimo dei punti ad uno dei sette attributi che a mio avviso qualificano un articolo, la professionalità!

sui siti delle grandi testate i lettori non vengono per cercare citizen journalism, ma giornalismo professionale arricchito dalla partecipazione di tanti altri protagonisti. (Marco Bardazzi)

Se Marco Bardazzi dice questo lo dirà sicuramente a ragion veduta. Questa osservazione dimostra che di professionalità, e – quindi – di qualità, c’è richiesta che non ci si può permettere di far rimanere inevasa. E questo lo dico non perché occorre arricchire di denaro le tasche degli Editori ma perché è necessario arricchire di senso le teste dei Cittadini/Lettori. Il problema è capire in che ambito e su quali argomenti è richiesta la professionalità…

L’Italia è rovinata, ma non al punto da essere insensibile all’informazione. Se guardi non solo su base nazionale ma anche su quella locale c’è “fame” di notizie. Ci sono più festival del giornalismo che giornalisti, in Italia. Ci sono più dibattiti sull’informazione ogni giorno. Secondo te il problema è davvero la crisi del giornalismo? Non dovremmo forse guardare in casa degli editori italiani, delle loro proprietà, dei loro interessi? Qual è davvero il business di un editore italiano? Fare un prodotto capace di interesse e quindi spendibile sul mercato oppure rispondere ad altre logiche? (Ciro Pellegrino)

L’osservatorio di Ciro Pellegrino è più ampio del mio, ça va sans dire. Ma davvero c’è fame di notizie? O, ponendo meglio la domanda: di che tipo di notizie c’è fame? Se si osservano le home page dei maggiori quotidiani online, con Editori attenti alla perversa logica delle pagine viste e del tempo di permanenza sul sito (e quindi molto sensibili a ciò che può stimolare la crescita di tali indicatori) si può avere una risposta. Qui entra in gioco un altro dei sette attributi, la tipologia dell’informazione: soddisfare la sete di Gossip o quella di senso degli accadimenti politici, sono due obiettivi nettamente diversi.

Chiudo con la segnalazione dei Coordinamenti dei giornalisti precari di cui Ciro Pellegrino è responsabile per la Campania.

I coordinamenti oltre che in Campania sono attivi in Veneto, in Toscana, a Roma, in Abruzzo. Di recente anche a Milano e in Puglia e in molte altre regioni. L’obiettivo è quello di ricordare che ci sono anche i precari del giornalismo. Sai che siamo bravissimi a raccontare i guai degli altri ma non i nostri? C’è ancora qualcuno che parla di noi come di una casta, ignorando l’enorme disparità tra il sempre più sparuto gruppo di contrattualizzati e l’enorme platea di precari, atipici e freelance.