Questioni sul Giornalismo del 2015

Ai diversi addetti ai lavori che si sono pronunciati sul futuro del giornalismo vorrei porre delle questioni. Riporto estratti delle loro dichiarazioni e poi, in grassetto, le mie domande. Ho inserito poi, in corsivo, qualche riferimento al mio lavoro di ricerca.

Mario Tedeschini Lalli (@tedeschini)
se fino a poco tempo fa i giornali lavoravano solo sull’oggi e le pagine di un giornale non avevano più valore il giorno dopo, oggi il giornalista deve attrezzarsi per creare significato attraverso il tempo, non solo nell’istante. Questo perché i contenuti restano sul web e i nuovi devono poter entrare in relazione con quelli precedenti. Ciò è possibile solo comprendendo le relazioni di significato che nascono e possono essere create in ambito digitale, per esempi attraverso la gestione dei metadati.
a) Quindi delego il senso solo al giornalista? Non è forse (anche) il tempo reale della discussione con gli utenti un nuovo modo di dare senso?
b) E’ innegabile che il lavoro giornalistico può ora più facilmente rendere conto di (dare senso a) dati prodotti in intervalli di tempo anche molto ampi poiché più facilmente rintracciabili e linkabili. Chiedo, però: quanto buono è l’uso che viene fatto dei metadati, dei metatag, nei contenuti giornalistici?
#1news2cents: Uno degli attributi della definizione che ho formulato di qualità del contenuto è l’interoperabilità intesa come metodo per rendere il contenuto (che assumo essere online) rintracciabile, identificabile mediante anche utilizzo di metainformazioni.

Jacopo Barigazzi (@jacopobarigazzi)
Gli altri dovranno puntare tutto su talenti, tecnologia, community ed eventi continuando a innovare e sperimentare.
Ci possiamo permettere di sperimentare? Chi lo può fare? Solo le grandi testate? A che prezzo?

Marco Bardazzi (1) (@marcobardazzi)
[…] si dovranno creare contenuti che sono adatti a tutte le piattaforme
Ma a laStampa non eravate stati i primi, in Italia, a modernizzare le redazioni e farne una web ammettendo la necessità di una diversificazione?

Marco Bardazzi (2) (@marcobardazzi)
I giornali continueranno a esserci, ma con minore foliazione e magari come strumento di approfondimento del secondo o terzo giorno.
Quindi si sarà in grado di mantenere desta l’attenzione e fidelizzare i lettori al cartaceo? E’ un riferimento al giornalismo locale?

Andrea Iannuzzi (1) (@Aiannuzzi)
Ma più di tutto sarà importante costruire rapporti di fiducia con i propri sostenitori: non chiedere loro di pagare qualcosa, ma offrire l’opportunità di contribuire – anche economicamente – a un progetto nel quale credono. E’ il modello membership, in sostanza.
Che successo hanno avuto le iniziative di crowdfunding in Italia? Siamo sicuri che questo modello possa funzionare? Non si dovrebbe cominciare a dialogare e iniziare un rapporto fiduciario tra i giornalisti/giornali e lettori per poi chiedere loro dei contributi economici?

Andrea Iannuzzi (2) (@Aiannuzzi)
Per quanto riguarda il mercato pubblicitario, va “riconquistato” attraverso modalità completamente nuove, che oggi per esempio si chiamano “programmatic”: all’inserzionista va offerto il cliente giusto al momento giusto sulla giusta piattaforma, con precisione chirurgica e tempismo. Il modo tradizionale di vendere la pubblicità non è più competitivo.
Quanto è pericoloso per i contenuti e, quindi, per i lettori, essere ancora più dipendenti dai desiderata dell’inserzionista?

Andrea Iannuzzi (3) (@Aiannuzzi)
Infine, sarà sempre più importante il fund-raising, sia di base che attraverso fondazioni, enti non profit e benefattori.
Philip Di Salvo (@philipdisalvo)
Se l’idea delle Membership è quella di favorire il senso di appartenenza dei lettori alla propria testata di riferimento, anche il crowdfunding punta a enfatizzare il ruolo delle audience nella produzione delle notizie. E poi: un altro trend crescente e che è destinato a guadagnare altra importanza in futuro è quello dei grant da parte di fondazioni o investitori indirizzati a testate giornalistiche.
Bene. Perché nessuno parla di Impresa con Finalità Sociali?
#1news2cents: Il Modello di Impresa con Finalità Sociali alla Yunus (restituzione totale del prestito e reinvestimento totale dell’utile per migliorare il servizio) è il modello che auspico per le Imprese Editoriali. In questo modo, anche attraverso la condivisione con i lettori degli obiettivi sociali del giornale, si possono creare delle dinamiche scrittore-lettore simili a quelle cliente-produttore delle Botteghe del Commercio Equo e solidale.

Carola Frediani (@carolafrediani)
La tecnologia e la rete stanno rivoluzionando il mondo del giornalismo, il modo in cui lo si fa, la relazione coi lettori, tutto. Un esempio: è appena nata una iniziativa editoriale, reported.ly, fondata da Andy Carvin, i cui giornalisti lavoreranno direttamente sui social media.
Tu hai capito come saranno ricompensati i lettori?
#1news2cents: il rapporto fiduciario della testata con i lettori, che è poi ciò che potrebbe portare lo stesso lettore a diventarne un membro (nel senso della membership di cui s’è detto in precedenza), credo debba passare attraverso la pratica di dinamiche di coinvolgimento di feedback-controfeedback (la definizione, molto estemporanea, è la mia); nella peggiore delle ipotesi una ricompensa in una logica di gamification o, forse meglio, per farla ancora più semplice, pointification.
Nella mia ricerca, riprendendo gli esiti di studi di qualche anno fa, propongo di riconoscere ai lettori che hanno fatto una condivisione attiva di un articolo (i.e. ne hanno favorito l’acquisto da parte di un altro lettore) un credito per l’acquisto di ulteriori notizie.

Non è esattamente il caso di reported.ly ma, credo, anche guardando il team al lavoro in questi primi giorni dell’anno, si debba provare ad andare oltre la logica della semplice citazione (sono passati ormai diversi anni da quando, giustamente, ci si scandalizzava per i furbi che rubavano foto da ri-pubblicare senza nessun riferimento all’autore. Insomma, si, penso che l’asticella si è alzata!)

Federico Guerrini (@fede_guerrini)
Finché si pensa al traffico, i giornali saranno vincolati alla necessità dei click. Altra via è ripensare il giornalismo come servizio culturale.
Aspetto culturale e ruolo educativo del giornalista sono sullo stesso piano, sono la stessa cosa? Oppure è una forzatura la mia interpretazione? Mi è capitato in almeno un paio di occasioni di sottoporre la questione ma ho ottenuto soltanto “simpatici sberleffi”. Quindi, ancora una volta, utilizzo parole di altri citando Jeff Jarvis, non esattamente l’ultimo arrivato.
#1news2cents: un altro degli attributi del contenuto di qualità è il tasso di pubblicità presente nell’articolo o nella piattaforma che lo distribuisce. La mia proposta è di avere una pubblicità che faccia notizia; per quello che ne ho potuto capire io, una tale pubblicità sarebbe un advertorial di un’Azienda che ha un obiettivo sociale al pari di quello dell’Impresa Editoriale: la crescità della consapevolezza di cittadinanza.

Spero di raccogliere anche qualche risposta. Alla peggio, per me, sono dei preziosi appunti.

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@pedroelrey intervista @marcobardazzi e @ciropellegrino. I miei appunti in salsa #1news2cents

Pier Luca Santoro ha pubblicato le interviste integrali, pubblicate in forma ridotta sulle pagine dell’inserto di Repubblica sul mondo del lavoro a a Marco Bardazzi (la Stampa) e Ciro Pellegrino (Fanpage). Ecco le mie osservazioni in chiave #1news2cents su alcune delle risposte date dai due giornalisti.

No Gossip. Il mio lavoro di studio #1news2cents ha individuato sette attributi per valutare la qualità di un articolo giornalistico; uno di questi attributi è la

Le 5 W del giornalismo valgono sempre (Who, What, When, Where e Why), ma le prima 4 sono sempre più alla portata di tutti: il nostro valore aggiunto si concentra soprattutto sull’ultima, Why? Spiegare e approfondire. (Marco Bardazzi)

E ti pare poco!, mi verrebbe istintivamente da dire. Il Why, la spiegazione, l’approfondimento e – aggiungo io – la contestualizzazione, contribuiscono fortemente a dare all’articolo il rango di contenuto di qualità poiché, rifacendomi all’approccio che ho utilizzato nel mio lavoro di ricerca, consente di assegnare il massimo dei punti ad uno dei sette attributi che a mio avviso qualificano un articolo, la professionalità!

sui siti delle grandi testate i lettori non vengono per cercare citizen journalism, ma giornalismo professionale arricchito dalla partecipazione di tanti altri protagonisti. (Marco Bardazzi)

Se Marco Bardazzi dice questo lo dirà sicuramente a ragion veduta. Questa osservazione dimostra che di professionalità, e – quindi – di qualità, c’è richiesta che non ci si può permettere di far rimanere inevasa. E questo lo dico non perché occorre arricchire di denaro le tasche degli Editori ma perché è necessario arricchire di senso le teste dei Cittadini/Lettori. Il problema è capire in che ambito e su quali argomenti è richiesta la professionalità…

L’Italia è rovinata, ma non al punto da essere insensibile all’informazione. Se guardi non solo su base nazionale ma anche su quella locale c’è “fame” di notizie. Ci sono più festival del giornalismo che giornalisti, in Italia. Ci sono più dibattiti sull’informazione ogni giorno. Secondo te il problema è davvero la crisi del giornalismo? Non dovremmo forse guardare in casa degli editori italiani, delle loro proprietà, dei loro interessi? Qual è davvero il business di un editore italiano? Fare un prodotto capace di interesse e quindi spendibile sul mercato oppure rispondere ad altre logiche? (Ciro Pellegrino)

L’osservatorio di Ciro Pellegrino è più ampio del mio, ça va sans dire. Ma davvero c’è fame di notizie? O, ponendo meglio la domanda: di che tipo di notizie c’è fame? Se si osservano le home page dei maggiori quotidiani online, con Editori attenti alla perversa logica delle pagine viste e del tempo di permanenza sul sito (e quindi molto sensibili a ciò che può stimolare la crescita di tali indicatori) si può avere una risposta. Qui entra in gioco un altro dei sette attributi, la tipologia dell’informazione: soddisfare la sete di Gossip o quella di senso degli accadimenti politici, sono due obiettivi nettamente diversi.

Chiudo con la segnalazione dei Coordinamenti dei giornalisti precari di cui Ciro Pellegrino è responsabile per la Campania.

I coordinamenti oltre che in Campania sono attivi in Veneto, in Toscana, a Roma, in Abruzzo. Di recente anche a Milano e in Puglia e in molte altre regioni. L’obiettivo è quello di ricordare che ci sono anche i precari del giornalismo. Sai che siamo bravissimi a raccontare i guai degli altri ma non i nostri? C’è ancora qualcuno che parla di noi come di una casta, ignorando l’enorme disparità tra il sempre più sparuto gruppo di contrattualizzati e l’enorme platea di precari, atipici e freelance.