Slow News. Benvenuti!

Slow

La visione di ciò che mi piace definire “nuovo futuro del giornalismo” è l’applicazione all’Impresa Editoriale di concetti e pratiche proprie di ambiti che, almeno in apparenza, con l’Editoria hanno poco a che vedere. Nel blog in cui ho sviluppato il mio lavoro ho spesso parlato di “Notizia Equa e Solidale”, “Impresa Editoriale con Finalità Sociali”, “Modello Fotovoltaico”, “GAS, Gruppi di Acquisto Solidale”, e via discorrendo.

In questo percorso, una delle letture che ricordo con più simpatia, è quella di un saggio molto leggero, Slow News, Manifesto per un consumo critico dell’informazione; un libricino scritto da Peter Laufer che mi si parò davanti in libreria in un momento in cui stavo già maturando parecchie delle mie convinzioni. Quelle che poi, con qualche ritocco, qualche riflessione e qualche formula matematica in più, finirono in #1news2cents.

Accolgo, quindi, con grosso favore e tanto interesse l’iniziativa (via) di Slow News, “un posto in cui – dice Alberto Puliafito, uno dei promotori dell’iniziativa – si rallenta. Magari ci si ferma pure.”

Curiosità: Gabriele Ferraresi affronta, nell’intervista pubblicata su DatamediaHub, il tema del Modello di Business: “Il nostro modello di business è basato su micropagamenti: pagare pochissimo, in tanti, speriamo sempre di più. Otto numeri, ovvero un mese di Slow News, valgono 2 euro, cinquanta centesimi a settimana. L’abbonamento annuale, oltre ottanta numeri, costa 18 euro, 1,5 euro al mese, neanche 2 centesimi a numero.”

Ecco, appunto: 2 centesimi.

P.S. confesso di trovare troppo restrittiva, nel senso che non ne comprendo l’impostazione, la policy degli eventi per i quali i giornalisti Slow si mettono a disposizione.


Aggiornamento 4 Marzo

Sono stato davvero Slow, e me ne scuso, ma alla fine riesco a ringraziare Alberto Puliafito che, dopo qualche battuta su Twitter, ha dedicato un post intero per chiarire la Policy sulla quale avevo espresso delle perplessità:

Non si tratta di essere “contro” l’online – spiega. Anzi. Si tratta di immaginare un mondo “altro” di concepire sia il lavoro del giornalista come “canale” fra una storia e il pubblico, sia il ruolo del pubblico. […] le nostre regole sono una provocazione mirata, non fine a se stessa, perfettamente coerente con il nostro modo di provare a stare online.

Quella Slow è una sfida importantissima e chiunque ci si cimenti merita grandissimo incoraggiamento.

Sono convinto che la sfida Slow si vince se si rimette al centro la riflessione su temi cruciali, quelli che in una Paese normale farebbero parte dell’Agenda quotidiana delle Testate Giornalistiche, indipendentemente dal mezzo e dall’ambiente in cui la riflessione viene proposta e praticata. Essere Online oppure Offline, rispetto ad una sfida di tale portata, a mio parere, diventa un dettaglio. D’altra parte ogni mezzo è utile per provare a vincerla.

Spero di poter essere presente ad uno degli incontri Slow e…di non farmi beccare mentre twitto 🙂

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il Manifesto

Il por­tale del mani­fe­sto è l’unico che vuole pro­vare a vivere senza pub­bli­cità. È una sfida che lan­ciamo insieme ai nostri let­tori a tutto un modo di con­ce­pire la rete. Costruire un sito senza pub­bli­cità (oltre ai man­cati ricavi) è impor­tante soprat­tutto dal punto di vista edi­to­riale. Vuol dire costruire un sito «pulito», senza «coo­kie» che trac­ciano gli utenti (sono pez­zet­tini nasco­sti di codice che regi­strano le vostre scelte e i vostri clic), senza strani uffici che deci­dono dove posi­zio­nare gli arti­coli per cat­tu­rare i vostri occhi. Con un lin­guag­gio ade­guato e non urlato (niente titoli maiu­scoli, ad esem­pio). Non abbiamo nes­sun biso­gno di «trac­ciarvi» per­ché noi non vogliamo «con­tatti» da ven­dere agli inser­zio­ni­sti. Non ali­men­tiamo i com­menti per atti­rarne altri. Vogliamo sem­pli­ce­mente offrirvi arti­coli di qua­lità che, se tro­ve­rete inte­res­santi oltre una certa soglia, potrete acqui­stare abbo­nan­dovi al prezzo più equo pos­si­bile per noi e per voi (meno di 50 cen­te­simi al giorno, cre­de­teci, è dav­vero impos­si­bile). È una spe­ri­men­ta­zione con­ti­nua dove cer­chiamo di offrirvi un «ser­vi­zio» più che un «pro­dotto» vero e proprio. (via)

Del Modello Fotovoltaico, il modello di ecosistema informativo “che ho teorizzato” nel mio libro, ci sono almeno tre aspetti assolutamente non trascurabili:

  1. l’assenza totale di pubblicità (il pezzo da cui è tratto il brano che ho riportato, proprio per tale ragione, è intitolato “Il rumore bianco del nuovo sito del manifesto”).
  2. a guidare l’avventura c’è una cooperativa che ha l’obiettivo di acquistare la testata quanto questa sarà messa in vendita dai liquidatori e di diventare “un’impresa editoriale e un’esperienza politica rinnovate che avranno bisogno di un punto di riferimento per la sinistra futura”. Ed è in nome di questo progetto che chiedono il sostegno dei lettori.
  3. il costo dell’abbonamento, da sottoscrivere al superamento della soglia dei venti articoli settimanali, è dello stesso ordine di grandezza di quello stimato nella mia ricerca (un articolo, due centesimi di euro).

Certo, sul pluralismo ci sarebbe da ridire ma almeno siamo dalla parte giusta! Credo, quindi, ci siano buonissime ragioni perché anch’io sostenga, molto più modestamente di qualcun altro, il Manifesto. E’ inutile dire che vi raccomando di fare altrettanto.