Ricette, Competitor, Soldi, Contenuti e Editori. e i Lettori?


Federico Ferrazza, vicedirettore di Wired, ha ragione ad essere Contro il dibattito (soprattutto online) sul giornalismo. Ha ragione quando dice che “si discute sempre delle stesse cose. Da tanti, troppi, anni. Senza andare avanti.”

Poi, però, secondo me, cade anch’egli nella trappola. Perché, come fanno praticamente tutte le voci che da anni dibattono sul giornalismo, finisce ancora per parlare di Ricette, di Competitor, di Soldi, della rilevanza dei Contenuti e per tirare dentro gli Editori (che, di fatto, nel dibattito entrano già in modo incisivo e diretto con le scelte che fanno).

Insomma, si, sono d’accordo con Federico Ferrazza: il dibattito ha stancato.

Sono convinto, però, che per [intra]vedere un nuovo futuro del Giornalismo e dell’Editoria, occorre porre al centro il lettore, rivalutare il ruolo sociale del giornalismo e, nelle discussioni – come qualche tempo fa invocava Mario Tedeschini Lalli – dare spazi anche ai non addetti ai lavori e a nuovi argomenti. C’è chi lo ha già fatto.

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Bitcoin: una Piattaforma p2p per Moneta e Informazione

“Il problema è che si gAffare Bitcoin. Pagare col p2p e senza banche centraliuarda più a bitcoin come moneta che a bitcoin come sistema di pagamento”. Così esordisce Gabriele De Palma, autore del libro “Affare Bitcoin. Pagare col p2p e senza barriere centrali”. Perché la novità, continua De Palma, sta proprio nel metodo di pagamento. Di currency alternative, in effetti, ce ne sono già tante altre.

Di fatto si tratta di una gestione distribuita tra tutti i nodi della rete che, surrogata da un complicata tecnica crittografica, permette di mantenere l’anonimato e prevenire inconvenienti tipo i doppi utilizzi di moneta (tutto viene tracciato in un file accessibile da tutti); la transazione avviene con l’invio di una somma senza la necessità di un’autorità centrale che garantisca la sicurezza dello scambio.
La cosa sconvolgente è la dinamica di creazione di bitcoin (perché in qualche modo questa moneta deve essere emessa, no?): anche qui: non esiste un ente centrale! Per creare bitcoin, occorre risolvere un “problema computazionale” talmente complesso che risulta indispensabile condividere la propria risorsa di calcolo, il proprio PC. Come dice De Palma, poi, “bitcoin è la ricompensa per aver dedicato risorse di calcolo alla rete”.

Questo testo, per me, non parla solo di bitcoin come moneta; nè soltanto di bitcoin come sistema di pagamento. Bitcoin, nella descrizione di De Palma, appare un fenomeno che va visto come declinazione pura del concetto di Rete e di Condivisione. È un punto di vista diverso che, nella sua novità, ci parla di ciò che è all’origine di Internet, dell’idea di Internet; di qualcosa che definirei addirittura ancestrale. Un punto di vista dal quale è stimolante riflettere.

Ecco una prima riflessione: “Bitcoin è digitale, non fisico; è fatto di bit e non di atomi, ma non è virtuale”, dice De Palma. Un’autentica rivelazione che spiega – da una prospettiva sicuramente insolita – l’errore nel quale si cade quando ci si riferisce alla realtà vissuta in Rete come ad una Realtà Virtuale contrapposta a quella vissuta negli incontri face-to-face. Stiamo o non stiamo realmente parlando con una persona quando siamo in chat? Stiamo o non stiamo realmente acquisendo un bene pagandolo in bitcoin? Leggete questo libro e, se non l’avete già fatto, capirete a cosa esattamente mi riferisco.

E poi, per rimanere nell’ambito #1news2cents: Luca De Biase, qualche tempo fa, rifletteva su un argomento che soltanto ora mi appare più chiaro, almeno nei termini in cui veniva posta la questione (nel merito, onestamente, faccio ancora fatica!): la moneta è informazione. Vista la dinamica del sistema Bitcoin, per quanto esista sempre la creazione di una scarsità nella sua cessione (cosa che con l’informazione non succede per la sua natura di “bene non rivale”), prevalendo comunque in essa l’aspetto di condivisione in una rete e considerando poi quanto aumenti la qualità dell’informazione quando la si “maneggia” insieme ad altri, beh, le analogie tra (questa) moneta e informazione sono davvero sorprendenti.

Cosa diventerà Bitcoin? A parte le conclusioni dell’autore io credo che le dinamiche siano quelle di un sistema (il p2p) che, anche solo da un punto di vista puramente infrastrutturale, può tranquillamente essere utilizzato per la “compravendita” di unità informative! Di qualità, s’intende! Ecco perché ho trovato questo testo fondamentale nel percorso che vuole identificare delle pratiche che rendano più reale il Modello Editoriale oggetto del mio studio.

Sarà sicuramente interessante ascoltare Gabriele De Palma e discutere con lui Venerdì prossimo, nel dibattito “Giornalismo, pagamenti e rete: come rifondare l’economia del comparto editoriale grazie ai bitcoin e dintorni” al Dig.it di Prato al quale avrò il piacere di partecipare.

Domande e Risposte con @Johnamoroso_YO su #1news2cents

Sul suo profilo Twitter, Giovanni Amoroso si presenta così: “Founder of @Stordisco interested in #netlabelism #freeculture #Blogger International Pirate Party movement #Bitcoin“. Qualche tempo fa ci siamo scambi@ati qualche battuta su Twitter parlando di #1news2cents. Poi Giovanni ha letto il libro e ha scritto una recensione dettagliata che soltanto oggi, con colpevole ritardo, ho avuto modo di approfondire.

Ho quotato alcune sue osservazioni e cercato di rispondere con le mie. Mi auguro la cosa sia utile a tutti per poter ulteriormente stimolare il dibattito, la discussione intorno ad un tema secondo me ancora troppo poco esplorato (vi ricordo che abbiamo anche un gruppo su Facebook). Vi chiedo scusa se ho scritto parecchio (andando contro la regola che mi sono dato di sintetizzare al massimo i post), ma gli stimoli di Giovanni richiedevano un’argomentazione che spero alla fine risulti chiara.

Procediamo quindi con ordine.

Questions and Answers con Giovanni Amoroso

Il Modello Fotovoltaico non avrà vita facile per via della dittatura economia del PageRank, che influenza un posizionamento irregolare dei contenuti da parte di Google, principale responsabile della cultura dell’informazione libera e gratuita, su cui è arduo intervenire per limitare l’estendersi del free-riding, problematica cardine della fruizione digitale.

Mi sono documentato sul free-riding: sintetizzando al massimo, è il fenomeno che, avviato da singoli individui che accedono alle informazioni sfruttando quelle ottenute – dietro pagamento del relativo costo – da altri operatori, porta a scaricare i costi dell’informazione su un numero sempre più esiguo di operatori. Tale fenomeno, se reiterato fino all’azzeramento del numero di operatori stessi (quelli che, per l’appunto, si fanno carico dei costi), porta all’annullamento tanto della domanda quanto dell’offerta delle informazioni.
L’idea che c’è dietro il Modello Fotovoltaico non prescinde mai da una operazione di carattere culturale che mi immagino debba cominciare dalle scuole; una operazione che porterebbe, quindi, alla consapevolezza del valore delle informazioni e, quindi, ad una predisosizione all’esborso di denaro per potervi accedere. Il free-riding, conseguentemente, dovrebbe alla fine essere vista come una cattiva pratica dai Cittadini.
Quanto a Google: credo che, anche in virtù di questa operazione culturale, non sarebbe più un motore di ricerca la porta di accesso alle informazioni: i motori di ricerca e la logica dell’interessante in luogo dell’importante, nello scenario che immagino, vedrebbero infatti di molto ridotto il loro appeal. E questo vale non solo per le abitudini di accesso alla Rete delle Persone, ma anche per le stesse scelte degli Editori/Giornalisti.

[…] un modello del genere non riuscirebbe a ridare potere al giornalismo zelante, nemmeno con una “carta acquisti” preposta dal governo, dal momento che le famiglie disagiate la userebbero per acquisti di prima necessità…

Il Modello Fotovoltaico definisce un credito di accesso vincolato all’informazione: il denaro riconosciuto dallo Stato ai Cittadini per acquistare informazione sarebbe cioè spendibile solo per l’informazione. Quindi, pur ovviamente ammettendo la condizione di disagio di tantissime famiglie italiane (e auspicando per esse l’uscita da tale condizione. Ma non è questa la materia del libro e del blog!), il pericolo individuato da Giovanni non esiste. Nota: il vincolo di spesa per l’informazione previsto dal modello è di due centesimi di euro giornalieri per ciascun cittadino!

Come possiamo auspicarci di trovare una soluzione per salvaguardare il lavoro di chi produce online professionalmente contenuti di qualità in un momento così delicato? Eppure #1news2cents è una formula che potrebbe ridare vigore non solo alla carta stampata.

Come dicevo, oltre all’applicazione del Modello Fotovoltaico (che definirei automaticamente anche come Modello di Business degli Editori), occorre agire da un punto di vista culturale. In altre parole, non serve soltanto che si operi a livello di “Sottosegretariato con Delega all’Editoria” ma anche a livello di MIUR.
Una puntualizzazione sulla carta stampata: gli studi che ho condotto mi hanno portato a formalizzare una posizioe abbastanza impopolare: le testate giornalistiche nazionali, in virtù del loro ampio bacino di utenza, dovranno passare integralmente al digitale (magari approfondiremo in un’altra occasione).

[…] credo che affidarsi allo Stato in questo momento sia nocivo, in quanto in esso si nascondono i principali pericoli in cui potrebbe generarsi il cortocircuito dell’auto-sostentamento statale […]. Per questo la mia critica all’e-book di Marco Dal Pozzo si incentra essenzialmente dal punto di vista tecnico, dove credo abbia un gap nell’esplicare quali potrebbero essere le infrastrutture su cui basare tale modello.

Rischio di essere retorico, sognatore o quel che si vuole ma…lo Stato siamo noi e, quindi, nel mio argomentare, quando parlo di Stato, il mio non è un “affidarmi al” ma piuttosto un “essere” lo Stato. Proprio per questa ragione #1news2cents è un progetto politico che non manca di proposte (anche legislative) perché il Modello Fotovoltaico diventi realtà.

Per il concetto di qualità […] credo francamente che il web non sia in grado di fungere da garante per validare una notizia, a meno che non si faccia uso di sistemi di fact checking.

La mia proposta sulla definizione di qualità ha un obiettivo minimo (anche qui si tratta di consapevolezza): con un sistema di valutazione di ciò che si legge, il cui utilizzo può essere indotto soltanto con una operazione culturale (si, ancora la questione culturale!), i Cittadini/Lettori potrebbero essere più consapevoli di ciò che leggono, più attenti a cosa viene detto e sostenuto da un giornalista, stimolati al confronto con altri punti di vista (in un ottica di un sistema/piattaforma di tipo pluralistico).

Ma il punto su cui mi preme soffermarmi maggiormente è sul binomio Bitcoin / Flattr. Flattr è un sistema sociale di micropagamenti. Bitcoin è una moneta. Flattr è il servizio, Bitcoin è la valuta. Flattr è un metodo di pagamento per importi piccoli (social media), ma potrebbe potenzialmente utilizzare qualsiasi divisa (compresa Bitcoin). Così avremmo un modello: #1news__BTC (ho lasciato due spazi di underscore “__” in cui riconvertire il costo di una news in valuta cryptocurrency).

Beh, qui alzo le mani. Non conosco, se non per sentito dire, le piattaforme di cui Giovanni parla. Quel che posso dire è che ogni tecnologia in grado di abilitare il modello in modo neutrale, è la benvenuta.

Ringrazio ancora tantissimo Giovanni per gli spunti e lo invito, insieme a voi, a parlarne ancora per arrivare, magari ad una proposta che vada oltre gli aspetti trattati nella mia ricerca e che abbracci l’intero mondo dei contenuti, non soltanto quelli di tipo giornalistico.