per un Giornalismo dell’Empatia

real dialogue isn’t about talking to people who believe the same things as you. Social media don’t teach us to dialogue because it is so easy to avoid controversy… But most people use social media not to unite, not to open their horizons wider, but on the contrary, to cut themselves a comfort zone where the only sounds they hear are the echoes of their own voice, where the only things they see are the reflections of their own face. Social media are very useful, they provide pleasure, but they are a trap.

Così Zygmunt Bauman a El Paìs. Una visione abbastanza pessimistica degli scenari digitali.

Lo stesso Bauman, però (almeno io così l’ho sempre letto!), parecchi “anni digitali” fa, forniva la via d’uscita da una deriva soltanto in apparenza inevitabile: la pratica della solidarità. Ora: se ci fermassimo al racconto di Jeremy Rifkin, saremmo portati a pensare di essere già a buon punto: lui infatti di solidarietà ed empatia parla da diversi anni; se invece riflettessimo su alcune delle tipiche “dinamiche da social media”, come l’hate speech, concluderemmo che la rivoluzione empatica è ancora di là da venire (non manca, quindi, chi la invoca ancora).

Siamo probabilmente a metà del cammino; e forse ci siamo grazie alla spinta propulsiva di persone di buon senso e di buona volontà. Ma non basta: si può e si deve fare di più e meglio: il cammino deve farsi sistema.

E i giornalisti devono fare la loro parte.

Sono infatti convinto che la rivoluzione empatica sarà tanto più compiuta quanto meglio (anche) i giornalisti avranno fatto il loro lavoro. Ritengo cioè che il giornalista abbia l’obbligo sociale di conciliare le posizioni contrapposte dei  lettori seguendo e arbitrando la conversazione intorno alla materia proposta – che non vuol dire formare un pensiero unico, meglio precisarlo! Un lavoro due volte difficile (citofonare Anna Masera): difficile è la scelta dell'”argomento di discussione” (1); difficile è la gestione della comunità di riferimento (2). Un lavoro che, anche in ragione di queste difficoltà, va equamente ricompensato.

(1) Uno dei criteri che propongo per la retribuzione del lavoro giornalistico, cioè di misura del costo del contenuto pubblicato, è la tipologia del contenuto stesso
(2) Con la mia ricerca ho dimostrato, matematicamente, che l’entità del compenso è proporzionale alla “grana del capitale sociale” scambiato nella conversazione

Information is a public good & Nonprofit Media Organization


Ad Aprile dovrebbe uscire “Saving the Media – Capitalism, Crowdfunding, and Democracy”, di Julia Cagé, Assistant Professor of Economics nel Dipartimento di Economia presso “Sciences Po” a Parigi. Ad anticipare questa uscita sono in circolazione due presentazioni (The Future of the Media [pdf] e Saving the Media – Capitalism, Crowdfunding, and Democracy [pdf], via) e il video di un seminario tenuto dalla stessa Cagé.

Da questi documenti riporto un paio di argomenti che  somigliano in modo entusiasmante ad alcune delle ipotesi e delle conclusioni del mio lavoro di ricerca, #1news2cents:

  • Information is a public good (Media matters because it provides information to voters, Need for government intervention), come punto di partenza
  • Nonprofit Media Organization (Must invest any surplus revenue back into the organization), come soluzione. Qui ne avevo già segnalato un esempio per quanto il mio punto di riferimento continua a rimanere il Modello “alla Yunus”

Mi sento meno solo 🙂

#ENIvsREPORT: Informazione e Comunicazione si confondono. Di chi fidarsi?

Quello che ci servirebbe (non a noi che siamo come è noto esperti di tuttoma alla massa dei cittadini, all’opionione pubblica in generale) è un giornalismo adulto, capace di decodificare i segni con cultura e approfondimento. Nella battaglia attuale è impossibile fidarsi di Report così come è impossibile fidarsi di Eni.

(Massimo Mantellini)

Intanto, il fatto resta: si è inaugurata -con un esempio di scuola- una nuova era di contraddittorio. Lo strumento si è dimostrato interessante. Ora tocca lavorare sull’information literacy e sulla capacità del pubblico di leggere in maniera critica l’informazione. Dall’una e dall’altra parte.

(Giuseppe Granieri)

In questi due pensieri c’è molto del mio punto di vista sulla storia di “ENI contro Report”, raccontata – anche con i link dei tanti altri che ne hanno parlato fornendo interessantissimi dati e analisi – da Alberto Puliafito.

È, per me, sostanzialmente una questione di fiducia! Ed è una questione delicata. Perché se Mantellini dice che è impossibile accordare fiducia tanto a ENI quanto a Report; e se Granieri ritiene urgente lavorare sulla capacità del pubblico di leggere criticamente l’informazione delle due parti; vuol dire che queste due parti, Brand Journalism e Giornalismo, cioè – andando per definizioni – comunicazione e informazione, si stanno confondendo. Ma il pubblico, per l’appunto, ha bisogno di una guida di cui fidarsi!

Oppure queste definizioni non funzionano più? Se così fosse, bisogna preoccuparsene?

Di grazia, ne vogliamo parlare?

Brand Journalism e Giornalismo (qualche appunto dal #FLA15)

Gli Editori hanno passato tanti anni a parlare di contenitori perdendo di vista i contenuti. Sono così arrivate le imprese a batterli sul tempo investendo nella produzione di contenuti a qualità elevatissima.

(Daniele Bellasio, Caporedattore @sole24ore)

Non siamo concorrenti dei giornali ma vogliamo dare valore alla nostra comunità di portatori di interesse. Proviamo a raccontare cose utili.
EniDay è sicuramente un veicolo comunicativo, ma può anche svolgere un servizio informativo.
L’azienda ha tutto l’interesse a fare un lavoro di qualità perché vuole che sia associata qualità al suo marchio (i giornali, invece, non sono necessariamente interessati alla qualità perché il pubblico di riferimento non la cerca).

(Daniele Chieffi, Reputation Manager @eni)

Fare Brand Journalism non è sufficiente. A noi serve anche fare pubblicità.

(Paolo Priolo, VP Brand Development Projects at Telecom Italia | TIM)

Così sintetizzo l’incontro “L’aria che tira nell’informazione – Può la pubblicità diventare giornalismo?” tenutosi a Pescara nell’ambito del Festival delle Letterature dell’Adriatico.

Riporto una considerazione di Luca Sofri:

Bisogna però essere chiari con i lettori: essi devono sapere chi sta scrivendo cosa. E questo può richiedere che i lettori abbiano degli strumenti di lettura più evoluti.

Riassumo quindi così: le Imprese:

  • sicuramente non fanno giornali, ma
  • il lavoro che fanno per produrre contenuti è giornalistico
  • producono contenuti che restituiscono valore alle rispettive comunità di riferimento
  • devono parlare in modo trasparente con i propri lettori anche perché
  • devono vincere la sfida della fiducia

Capito il contesto, mi interessano le implicazioni e gli effetti di questo fenomeno (il Brand Journalism) per Editori e Giornali. Ecco quindi qualche punto su cui riflettere: i giornali devono/dovrebbero/potrebbero:

  • dare valore alla comunità di riferimento, esattamente come cerca di fare il Brand per mezzo della sua rivista (valori, per me, sono senso delle notizie e comunità)
  • mettere i propri spazi (1) a disposizione dei marchi che non hanno la possibilità di dotarsi di piattaforme proprie. Quelli più grandi, abbiamo capito, stanno cominciando a fare da soli!
  • applicare per il contenuto orizzontale, lo stesso “processo produttivo” che i Brand usano per i rispettivi argomenti (che sono ovviamente verticali) (2)
  • (per i giornalisti il Brand Journalism rappresenta sicuramente delle nuove opportunità lavorative)

(1) Attenzione, argomento da maneggiare con cura! Vale ancora di più la considerazione di Luca Sofri

(2) Qui c’è in gioco il ruolo sociale del giornalismo

tutti i Particoli che servono!

Particoli :)

Nel libro “La stanza intelligente”, David Weinberger, parla delle nuove conoscenze che nascono intorno alla Rete e nella Rete diffuse dai contenuti digitalizzati online. Weinberger dice che, con un opportuno utilizzo dei metadati (indicando come standard di riferimento il Dublin Core), si potrebbero “fornire ganci alla conoscenza” e, di conseguenza, si potrebbe fare della Rete un veicolo di conoscenza ancora più efficace.
Con l’utilizzo dei metadati, i contenuti diverrebbero interoperabili, nel senso che sarebbero più facilmente rintracciabili, decodificabili e collegabili, sia dai lettori sia da altri autori, altri giornalisti, altri scrittori. L’utilizzo dei metadati, inoltre, garantirebbe interoperabilità anche a livello di piattaforma […].

L’Istituto Centrale per il Catalogo Unico (ICCU) ha curato la traduzione in italiano del “Dublin Core Metadata Element Set”. Il Dublin Core Metadata Element Set è formato da: Titolo, Creatore, Soggetto, Descrizione, Editore, Autore di contributo subordinato, Data, Tipo, Formato, Identificatore, Fonte, Lingua, Relazione, Copertura, Gestione dei diritti.
Si potrebbe provare ad ipotizzare un set minimo di elementi necessario a garantire un livello accettabile di Interoperabilità; una ipotesi di set minimo potrebbe essere quella comprendente Titolo, Creatore, Soggetto, Descrizione, Editore.

Questa è la definizione di Interoperabilità, uno dei sette attributi della Qualità dell’Informazione che ho presentato (insieme con Tipologia, Professionalità, Pluralismo, Accessibilità, Pubblicità e Completezza), nel mio lavoro di ricerca. Si tratta di una caratteristica che, riguardando i metadati, è più tecnologica che relativa al contenuto vero e proprio (il dato).

Nel Settembre del 2006, Adrian Holovaty, proponeva per il giornalismo la strada dell’Informazione Strutturata. Come Mario Tedeschini Lalli ha spiegato qualche anno dopo, l’Informazione strutturata è l’informazione che si affida a database che ogni cittadino/lettore può interrogare secondo i propri interessi; è una informazione, quindi, maggiormente fruibile dai lettori e in grado di lasciare ai lettori la libertà di fare indagini, confronti, con informazioni dello stesso dominio, della stessa tipologia.

Holovaty fa l’esempio delle notizie degli incendi: se l’informazione sugli incendi fosse strutturata su un insieme completo di record, ciascun lettore potrebbe fare agevolmente dei confronti con altre storie di incendi facilitando il suo percorso verso la conoscenza.

Riconoscere che, associato a ciascuna tipologia di Unità Informativa, sia necessario definire un set minimo di argomenti (cioè di record) da trattare, che permetta a chi usa quella Unità Informativa di avere un quadro chiaro della situazione (un set in grado, oltretutto, di lasciare una certa autonomia nel percorso verso la Conoscenza), genera l’esigenza di un altro attributo di Qualità per l’Informazione: la Completezza.

Questa, invece, è la definizione di Completezza. Rispetto all’Interoperabilità, la strutturazione di Holovaty agisce a livello di contenuto, non di metacontenuto.

Fin qui #1news2cents.

Facciamo un passo avanti: al New York Times hanno inventato i Particles (raccomando la lettura della utile sintesi fatta sull’argomento da Alberto Puliafito, opportunamente sollecitato da Antonio Rossano).

Ora:

  • siccome ci sta a cuore la Qualità del Contenuto;
  • se vanno bene le definizioni gli attributi richiamati all’inizio (Interoperabilità e Completezza);
  • volendo utilizzare il felicissimo neologismo di Alberto Puliafito (Particoli)

si potrebbe dire che l’Informazione è di Qualità (anche) quando, su una opportuna impalcatura di metadati, al lettore viene affidato un set minimo di Particoli, quelli necessari per avere un “quadro completo” della situazione.

 

Aggiornamento ore 15.30

Con Alberto Puliafito è in atto un rincorrersi molto creativo!

Segnalo così il suo ultimo (ultimissimo direi) post, con un suo nuovo neologismo, Quantum News in cui, con il richiamo alle 5W del giornalismo, si completa la definizione di attributo di Completezza.

Giornalisti, Editori, e Tecnologia. Ma prima un Modello Sociale!

I trend tecnologici rappresentano ancora il faro all’orizzonte per un’industria che forse potrà continuare a finanziare il giornalismo (in perdita) se riuscirà a spostare il focus del business sulla tecnologia. Dovrà però smetterla di ragionare in termini di prodotto e cominciare a farlo in termini di servizio: se c’è ancora spazio per “fare soldi”, risiede nelle piattaforme di abilitazione. Il binomio fra trend tecnologici e nuove forme di monetizzazione dell’esperienza dei lettori rappresenta il futuro immediato.

Se l’Esperienza è buona, tra noi e il nostro “lettore” può crearsi Empatia. Parente stretto dell’empatia (e molto legato anche all’esperienza) è l’Engagement […]. E per creare engagement, bisogna suscitare Emozioni. […]. Di costruire “emozioni intorno al brand” ha parlato Mary Walter-Brown, publisher del Voice of San Diego […].

[…] c’è ancora spazio per il giornalismo? La risposta è ovviamente sì, altrimenti cadremmo nel paradosso di una società basata sull’informazione costante che però prosciuga le sorgenti di questa informazione. Però non c’è nessuna evidenza che il giornalismo debba ancora restare legato all’editoria, anzi semmai comincia a esserci qualche evidenza del contrario […].

Avete presente Torrent? Il file sharing via browser che bypassa i server? Beh anche nell’ambito dell’informazione si arriverà presto a uno scenario del genere, allo scambio one – to – one. […] È certo che andiamo verso un mondo nel quale trionfa il rapporto diretto tra individui – o comunità di individui – rispetto al ruolo del fornitore del servizio, con un rovesciamento dei ruoli […].

Questo e tanto altro ha riportato Andrea Iannuzzi dalla conferenza dell’Online News Association tenutasi nei giorni scorsi a Los Angeles.

La strada, quindi, sembra essere quella di un giornalismo di servizio non necessariamente legato all’Editore e basato, oltre che su nuove soluzioni tecnologiche, soprattutto sul rapporto fiduciario che va ricostruito tra giornalista e lettore, cioè tra cittadini. Certo, si tratta di capire come rendere redditizio questo gioco (senza troppe illusioni, però: come osserva Antonio Rossano, in Italia è strutturalmente utopico che una industria editoriale possa avere il successo del New York Times); sono però convinto che nessun modello di business funzionerà se non sarà stato prima rifondato un modello sociale.

Il giornalista, nell’esercizio del suo ruolo sociale, deve a mio avviso essere l’attore principale di questa rifondazione (il modello sociale su cosa deve basarsi se non sulla fiducia?). Soprattutto ora che la figura ingombrante dell’Editore sta diventando marginale (lo ha detto anche Alberto Puliafito a #digit15).

#FilterBubble (e altro) a #digit15

La salvaguardia del Bene Comune passa attraverso un lavoro Giornalistico, riconosciuto ed equamente retribuito, che accompagni il lettore fuori dal percorso al quale ci costringono gli Algoritmi che agiscono dietro i siti che quotidianamente frequentiamo.

Questo il messaggio dell’intervento che sto preparando per #digit15, la due giorni sul Giornalismo Digitale, organizzata da LSDI – con cui collaboro da qualche tempo, che si terrà a Prato il 2 e 3 Ottobre (qui l’intero programma). L’argomento centrale sarà la Filter Bubble.

Qui di seguito pubblico le slide che ho studiato per l’appuntamento di Venerdì 3 Ottobre (ore 15.30, Sala Convegni) e che ho intenzione di seguire come linea guida. Le pubblico ora perché, in caso di segnalazioni e/o commenti, al fine di avere un dibattito il più possibile interessante e costruttivo (interverrà anche Rita Marchetti, autrice di “La Chiesa e Internet”), poi possa eventualmente avere modo di aggiornarle.