Quale moneta di scambio? (via @lsdi)

Ho dedicato qualche anno alla ricerca di un modello (Sociale più che di Business (*)) di un nuovo ecosistema informativo convinto che la questione riguardasse tutti i cittadini (al netto delle competenze professionali, infatti, mettevo e metto tutti sullo stesso piano: editori, giornalisti e lettori. Tutti cittadini, per l’appunto) e guidato dalla certezza (che era di allora ed ancora di più è di adesso) che la sostenibilità sociale portasse vantaggi a chiunque.

La conclusione è questa: il patrimonio delle relazioni (cioè il capitale sociale, la mutua fiducia) che si accumula durante le conversazioni stimolate da un articolo giornalistico (contenuto), che è la misura della qualità del lavoro giornalistico, ha un equivalente economico. Questo equivalente economico è il prezzo da pagare per un contenuto di qualità per ricompensare il giornalista e, per mezzo del lavoro giornalistico (che è guida di scelte consapevoli della vita quotidiana), anche il lettore.

Mi rinfranca leggere di modelli a pagamento” e di “moneta di scambio rappresentata dalla fiducia dei lettori e dalla possibilità di  condurli all’interno della conversazione” .

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(*) Il Modello di Business è, troppo spesso, quello che riguarda gli interessi solo di una piccola parte dell’ecosistema informativo; il Modello Sociale è quello che le comprende tutte e pone davvero al centro il lettore.

la filter bubble delle notizie tribali

La convinzione di fondo è questa: la tecnologia non ci rende stupidi. Erode distanze mentali, potenzia le occasioni di conoscenza e aumenta la portata delle informazioni (giuste o sbagliate) all’interno di reti di relazione. E proprio in questo senso ha a che fare con la verità. Nel bene e nel male. E lo scopo di una rivista di cultura oggi è proprio quello di inserirsi nello sciame eccitato per interrompere il flusso e il reflusso, strutturando un discorso discreto, dialogico, chiaro, capace di bucare la filter bubble delle notizie tribali.

Così conclude un intervento su Nòva24, “Corsi e ricorsi di post-verità”, Antonio Spadaro, Direttore de La Civiltà Cattolica.

Il Mondo Cattolico, l’Ecosistema Informativo e la Filter Bubble: ambiti che ritrovo legati dopo la positiva esperienza di #digit15. Allora, insieme con la Professoressa Rita Marchetti e gli argomenti del suo interessantissimo lavoro, “La Chiesta e Internet”, avevamo trattato il tema della Filter Bubble e fatto qualche considerazione per neutralizzare i suoi effetti distorcenti i percorsi congnitivi. Di quella giornata mi piace riprendere una raccomandazione, evidentemente attualissima: il Giornalista deve diventare un Sacerdote della Notizia.

Brand Journalism e Giornalismo (qualche appunto dal #FLA15)

Gli Editori hanno passato tanti anni a parlare di contenitori perdendo di vista i contenuti. Sono così arrivate le imprese a batterli sul tempo investendo nella produzione di contenuti a qualità elevatissima.

(Daniele Bellasio, Caporedattore @sole24ore)

Non siamo concorrenti dei giornali ma vogliamo dare valore alla nostra comunità di portatori di interesse. Proviamo a raccontare cose utili.
EniDay è sicuramente un veicolo comunicativo, ma può anche svolgere un servizio informativo.
L’azienda ha tutto l’interesse a fare un lavoro di qualità perché vuole che sia associata qualità al suo marchio (i giornali, invece, non sono necessariamente interessati alla qualità perché il pubblico di riferimento non la cerca).

(Daniele Chieffi, Reputation Manager @eni)

Fare Brand Journalism non è sufficiente. A noi serve anche fare pubblicità.

(Paolo Priolo, VP Brand Development Projects at Telecom Italia | TIM)

Così sintetizzo l’incontro “L’aria che tira nell’informazione – Può la pubblicità diventare giornalismo?” tenutosi a Pescara nell’ambito del Festival delle Letterature dell’Adriatico.

Riporto una considerazione di Luca Sofri:

Bisogna però essere chiari con i lettori: essi devono sapere chi sta scrivendo cosa. E questo può richiedere che i lettori abbiano degli strumenti di lettura più evoluti.

Riassumo quindi così: le Imprese:

  • sicuramente non fanno giornali, ma
  • il lavoro che fanno per produrre contenuti è giornalistico
  • producono contenuti che restituiscono valore alle rispettive comunità di riferimento
  • devono parlare in modo trasparente con i propri lettori anche perché
  • devono vincere la sfida della fiducia

Capito il contesto, mi interessano le implicazioni e gli effetti di questo fenomeno (il Brand Journalism) per Editori e Giornali. Ecco quindi qualche punto su cui riflettere: i giornali devono/dovrebbero/potrebbero:

  • dare valore alla comunità di riferimento, esattamente come cerca di fare il Brand per mezzo della sua rivista (valori, per me, sono senso delle notizie e comunità)
  • mettere i propri spazi (1) a disposizione dei marchi che non hanno la possibilità di dotarsi di piattaforme proprie. Quelli più grandi, abbiamo capito, stanno cominciando a fare da soli!
  • applicare per il contenuto orizzontale, lo stesso “processo produttivo” che i Brand usano per i rispettivi argomenti (che sono ovviamente verticali) (2)
  • (per i giornalisti il Brand Journalism rappresenta sicuramente delle nuove opportunità lavorative)

(1) Attenzione, argomento da maneggiare con cura! Vale ancora di più la considerazione di Luca Sofri

(2) Qui c’è in gioco il ruolo sociale del giornalismo

Giornalisti, Editori, e Tecnologia. Ma prima un Modello Sociale!

I trend tecnologici rappresentano ancora il faro all’orizzonte per un’industria che forse potrà continuare a finanziare il giornalismo (in perdita) se riuscirà a spostare il focus del business sulla tecnologia. Dovrà però smetterla di ragionare in termini di prodotto e cominciare a farlo in termini di servizio: se c’è ancora spazio per “fare soldi”, risiede nelle piattaforme di abilitazione. Il binomio fra trend tecnologici e nuove forme di monetizzazione dell’esperienza dei lettori rappresenta il futuro immediato.

Se l’Esperienza è buona, tra noi e il nostro “lettore” può crearsi Empatia. Parente stretto dell’empatia (e molto legato anche all’esperienza) è l’Engagement […]. E per creare engagement, bisogna suscitare Emozioni. […]. Di costruire “emozioni intorno al brand” ha parlato Mary Walter-Brown, publisher del Voice of San Diego […].

[…] c’è ancora spazio per il giornalismo? La risposta è ovviamente sì, altrimenti cadremmo nel paradosso di una società basata sull’informazione costante che però prosciuga le sorgenti di questa informazione. Però non c’è nessuna evidenza che il giornalismo debba ancora restare legato all’editoria, anzi semmai comincia a esserci qualche evidenza del contrario […].

Avete presente Torrent? Il file sharing via browser che bypassa i server? Beh anche nell’ambito dell’informazione si arriverà presto a uno scenario del genere, allo scambio one – to – one. […] È certo che andiamo verso un mondo nel quale trionfa il rapporto diretto tra individui – o comunità di individui – rispetto al ruolo del fornitore del servizio, con un rovesciamento dei ruoli […].

Questo e tanto altro ha riportato Andrea Iannuzzi dalla conferenza dell’Online News Association tenutasi nei giorni scorsi a Los Angeles.

La strada, quindi, sembra essere quella di un giornalismo di servizio non necessariamente legato all’Editore e basato, oltre che su nuove soluzioni tecnologiche, soprattutto sul rapporto fiduciario che va ricostruito tra giornalista e lettore, cioè tra cittadini. Certo, si tratta di capire come rendere redditizio questo gioco (senza troppe illusioni, però: come osserva Antonio Rossano, in Italia è strutturalmente utopico che una industria editoriale possa avere il successo del New York Times); sono però convinto che nessun modello di business funzionerà se non sarà stato prima rifondato un modello sociale.

Il giornalista, nell’esercizio del suo ruolo sociale, deve a mio avviso essere l’attore principale di questa rifondazione (il modello sociale su cosa deve basarsi se non sulla fiducia?). Soprattutto ora che la figura ingombrante dell’Editore sta diventando marginale (lo ha detto anche Alberto Puliafito a #digit15).

Questioni sul Giornalismo del 2015

Ai diversi addetti ai lavori che si sono pronunciati sul futuro del giornalismo vorrei porre delle questioni. Riporto estratti delle loro dichiarazioni e poi, in grassetto, le mie domande. Ho inserito poi, in corsivo, qualche riferimento al mio lavoro di ricerca.

Mario Tedeschini Lalli (@tedeschini)
se fino a poco tempo fa i giornali lavoravano solo sull’oggi e le pagine di un giornale non avevano più valore il giorno dopo, oggi il giornalista deve attrezzarsi per creare significato attraverso il tempo, non solo nell’istante. Questo perché i contenuti restano sul web e i nuovi devono poter entrare in relazione con quelli precedenti. Ciò è possibile solo comprendendo le relazioni di significato che nascono e possono essere create in ambito digitale, per esempi attraverso la gestione dei metadati.
a) Quindi delego il senso solo al giornalista? Non è forse (anche) il tempo reale della discussione con gli utenti un nuovo modo di dare senso?
b) E’ innegabile che il lavoro giornalistico può ora più facilmente rendere conto di (dare senso a) dati prodotti in intervalli di tempo anche molto ampi poiché più facilmente rintracciabili e linkabili. Chiedo, però: quanto buono è l’uso che viene fatto dei metadati, dei metatag, nei contenuti giornalistici?
#1news2cents: Uno degli attributi della definizione che ho formulato di qualità del contenuto è l’interoperabilità intesa come metodo per rendere il contenuto (che assumo essere online) rintracciabile, identificabile mediante anche utilizzo di metainformazioni.

Jacopo Barigazzi (@jacopobarigazzi)
Gli altri dovranno puntare tutto su talenti, tecnologia, community ed eventi continuando a innovare e sperimentare.
Ci possiamo permettere di sperimentare? Chi lo può fare? Solo le grandi testate? A che prezzo?

Marco Bardazzi (1) (@marcobardazzi)
[…] si dovranno creare contenuti che sono adatti a tutte le piattaforme
Ma a laStampa non eravate stati i primi, in Italia, a modernizzare le redazioni e farne una web ammettendo la necessità di una diversificazione?

Marco Bardazzi (2) (@marcobardazzi)
I giornali continueranno a esserci, ma con minore foliazione e magari come strumento di approfondimento del secondo o terzo giorno.
Quindi si sarà in grado di mantenere desta l’attenzione e fidelizzare i lettori al cartaceo? E’ un riferimento al giornalismo locale?

Andrea Iannuzzi (1) (@Aiannuzzi)
Ma più di tutto sarà importante costruire rapporti di fiducia con i propri sostenitori: non chiedere loro di pagare qualcosa, ma offrire l’opportunità di contribuire – anche economicamente – a un progetto nel quale credono. E’ il modello membership, in sostanza.
Che successo hanno avuto le iniziative di crowdfunding in Italia? Siamo sicuri che questo modello possa funzionare? Non si dovrebbe cominciare a dialogare e iniziare un rapporto fiduciario tra i giornalisti/giornali e lettori per poi chiedere loro dei contributi economici?

Andrea Iannuzzi (2) (@Aiannuzzi)
Per quanto riguarda il mercato pubblicitario, va “riconquistato” attraverso modalità completamente nuove, che oggi per esempio si chiamano “programmatic”: all’inserzionista va offerto il cliente giusto al momento giusto sulla giusta piattaforma, con precisione chirurgica e tempismo. Il modo tradizionale di vendere la pubblicità non è più competitivo.
Quanto è pericoloso per i contenuti e, quindi, per i lettori, essere ancora più dipendenti dai desiderata dell’inserzionista?

Andrea Iannuzzi (3) (@Aiannuzzi)
Infine, sarà sempre più importante il fund-raising, sia di base che attraverso fondazioni, enti non profit e benefattori.
Philip Di Salvo (@philipdisalvo)
Se l’idea delle Membership è quella di favorire il senso di appartenenza dei lettori alla propria testata di riferimento, anche il crowdfunding punta a enfatizzare il ruolo delle audience nella produzione delle notizie. E poi: un altro trend crescente e che è destinato a guadagnare altra importanza in futuro è quello dei grant da parte di fondazioni o investitori indirizzati a testate giornalistiche.
Bene. Perché nessuno parla di Impresa con Finalità Sociali?
#1news2cents: Il Modello di Impresa con Finalità Sociali alla Yunus (restituzione totale del prestito e reinvestimento totale dell’utile per migliorare il servizio) è il modello che auspico per le Imprese Editoriali. In questo modo, anche attraverso la condivisione con i lettori degli obiettivi sociali del giornale, si possono creare delle dinamiche scrittore-lettore simili a quelle cliente-produttore delle Botteghe del Commercio Equo e solidale.

Carola Frediani (@carolafrediani)
La tecnologia e la rete stanno rivoluzionando il mondo del giornalismo, il modo in cui lo si fa, la relazione coi lettori, tutto. Un esempio: è appena nata una iniziativa editoriale, reported.ly, fondata da Andy Carvin, i cui giornalisti lavoreranno direttamente sui social media.
Tu hai capito come saranno ricompensati i lettori?
#1news2cents: il rapporto fiduciario della testata con i lettori, che è poi ciò che potrebbe portare lo stesso lettore a diventarne un membro (nel senso della membership di cui s’è detto in precedenza), credo debba passare attraverso la pratica di dinamiche di coinvolgimento di feedback-controfeedback (la definizione, molto estemporanea, è la mia); nella peggiore delle ipotesi una ricompensa in una logica di gamification o, forse meglio, per farla ancora più semplice, pointification.
Nella mia ricerca, riprendendo gli esiti di studi di qualche anno fa, propongo di riconoscere ai lettori che hanno fatto una condivisione attiva di un articolo (i.e. ne hanno favorito l’acquisto da parte di un altro lettore) un credito per l’acquisto di ulteriori notizie.

Non è esattamente il caso di reported.ly ma, credo, anche guardando il team al lavoro in questi primi giorni dell’anno, si debba provare ad andare oltre la logica della semplice citazione (sono passati ormai diversi anni da quando, giustamente, ci si scandalizzava per i furbi che rubavano foto da ri-pubblicare senza nessun riferimento all’autore. Insomma, si, penso che l’asticella si è alzata!)

Federico Guerrini (@fede_guerrini)
Finché si pensa al traffico, i giornali saranno vincolati alla necessità dei click. Altra via è ripensare il giornalismo come servizio culturale.
Aspetto culturale e ruolo educativo del giornalista sono sullo stesso piano, sono la stessa cosa? Oppure è una forzatura la mia interpretazione? Mi è capitato in almeno un paio di occasioni di sottoporre la questione ma ho ottenuto soltanto “simpatici sberleffi”. Quindi, ancora una volta, utilizzo parole di altri citando Jeff Jarvis, non esattamente l’ultimo arrivato.
#1news2cents: un altro degli attributi del contenuto di qualità è il tasso di pubblicità presente nell’articolo o nella piattaforma che lo distribuisce. La mia proposta è di avere una pubblicità che faccia notizia; per quello che ne ho potuto capire io, una tale pubblicità sarebbe un advertorial di un’Azienda che ha un obiettivo sociale al pari di quello dell’Impresa Editoriale: la crescità della consapevolezza di cittadinanza.

Spero di raccogliere anche qualche risposta. Alla peggio, per me, sono dei preziosi appunti.

uscire dal filter bubble, contro retoriche e nostalgie

Anche se differivano sui dettagli della soluzione, Lippmann e Dewey di fatto concordavano nel pensare che fare informazione fosse un’attività fondamentalmente politica ed etica, e che gli editori dovessero gestire con grande attenzione la loro immensa responsabilità. (Eli Pariser, the Filter Bubble)

Quando gli ho chiesto quali fossero le prospettive future delle notizie importanti ma poco popolari, Nicholas Negroponte ha sorriso. A un’estremità dello spettro, ha detto, c’è la personalizzazione servile: “Sei una persona meravigliosa e ti dirò esattamente quello che vuoi sentire”. All’estremità opposta c’è l’atteggiamento paternalistico: “Ti dirò questo che tu voglia sentirlo o no, perché devi saperlo”. (Eli Pariser, the Filter Bubble)

[…] non è che a forza di proporre di continuo sui giornali e attraverso tutti i media opinioni alla Celentano, a forza di nobilitare l’ignoranza con la semplice scusa che “è quello che pensa la gente”, anche quando questa gente parla come al bar sotto casa mia, questo modus vivendi abbia condannato la competenza e l’autorevolezza? Se il sapere nostalgico e la retorica dell’apocalisse falsano la misura e spianano la strada verso l’incompetenza, e se l’incompetenza è un’ideologia, vuol dire che si troveranno sempre più Celentano in prima pagina. (Antonio Pascale, Democrazia: cosa può fare lo scrittore? – Opinioni (democratiche?))

Walter Siti racconta del rimprovero mossogli frequentemente dai lettori, soprattutto in occasione di dibattiti pubblici, di non “rappresentare la speranza”, di non dare nutrimento al bisogno della platera di sperare. La richiesta di “rappresentare la speranza” suona come una richiesta di conciliazione con l’esistente. Qualcosa di analogo all’accusa, spesso rivolta a chi osa criticare l’esistente, di non saper passare “dalla protesta alla proposta”. Autori come Siti (sintetizzo) sono incapaci di concedere consolazione se non attraverso la bellezza delle loro opere. (Luca Rastello, Democrazia: cosa può fare lo scrittore? – Dell’orazione civile)

[…] si potrebbe sperare nell’affermazione di una sorta di “nuovo intellettuale”, chiamato intellettuale di servizio, capace di far propria, o di riflettere su, la frase di Goffredo Parise: «Credo profondamente e dolorosamente nella democrazia in Italia, cioè nel grado di maturazione di tutti i cittadini per un discorsdo pubblico. E credo nella pedagogia insieme alla democrazia perché non ci può essere l’una senza l’altra». (Antonio Pascale, Democrazia: cosa può fare lo scrittore? – Opinioni (democratiche?))

Il saggio di Pascale e Rastello è in ogni paragrafo del mio lavoro di ricerca. Riprendere le parole di quel saggio e [ri]leggerle insieme a quelle di Pariser mi convince sempre più del ruolo fondamentale del giornalista per la crescita di una Nazione e di quanto sbagliate siano le strade che, invece, tantissime imprese editoriali stanno seguendo.
Ah, se solo tali Imprese fossero “con Finalità Sociali”!

@pedroelrey intervista @marcobardazzi e @ciropellegrino. I miei appunti in salsa #1news2cents

Pier Luca Santoro ha pubblicato le interviste integrali, pubblicate in forma ridotta sulle pagine dell’inserto di Repubblica sul mondo del lavoro a a Marco Bardazzi (la Stampa) e Ciro Pellegrino (Fanpage). Ecco le mie osservazioni in chiave #1news2cents su alcune delle risposte date dai due giornalisti.

No Gossip. Il mio lavoro di studio #1news2cents ha individuato sette attributi per valutare la qualità di un articolo giornalistico; uno di questi attributi è la

Le 5 W del giornalismo valgono sempre (Who, What, When, Where e Why), ma le prima 4 sono sempre più alla portata di tutti: il nostro valore aggiunto si concentra soprattutto sull’ultima, Why? Spiegare e approfondire. (Marco Bardazzi)

E ti pare poco!, mi verrebbe istintivamente da dire. Il Why, la spiegazione, l’approfondimento e – aggiungo io – la contestualizzazione, contribuiscono fortemente a dare all’articolo il rango di contenuto di qualità poiché, rifacendomi all’approccio che ho utilizzato nel mio lavoro di ricerca, consente di assegnare il massimo dei punti ad uno dei sette attributi che a mio avviso qualificano un articolo, la professionalità!

sui siti delle grandi testate i lettori non vengono per cercare citizen journalism, ma giornalismo professionale arricchito dalla partecipazione di tanti altri protagonisti. (Marco Bardazzi)

Se Marco Bardazzi dice questo lo dirà sicuramente a ragion veduta. Questa osservazione dimostra che di professionalità, e – quindi – di qualità, c’è richiesta che non ci si può permettere di far rimanere inevasa. E questo lo dico non perché occorre arricchire di denaro le tasche degli Editori ma perché è necessario arricchire di senso le teste dei Cittadini/Lettori. Il problema è capire in che ambito e su quali argomenti è richiesta la professionalità…

L’Italia è rovinata, ma non al punto da essere insensibile all’informazione. Se guardi non solo su base nazionale ma anche su quella locale c’è “fame” di notizie. Ci sono più festival del giornalismo che giornalisti, in Italia. Ci sono più dibattiti sull’informazione ogni giorno. Secondo te il problema è davvero la crisi del giornalismo? Non dovremmo forse guardare in casa degli editori italiani, delle loro proprietà, dei loro interessi? Qual è davvero il business di un editore italiano? Fare un prodotto capace di interesse e quindi spendibile sul mercato oppure rispondere ad altre logiche? (Ciro Pellegrino)

L’osservatorio di Ciro Pellegrino è più ampio del mio, ça va sans dire. Ma davvero c’è fame di notizie? O, ponendo meglio la domanda: di che tipo di notizie c’è fame? Se si osservano le home page dei maggiori quotidiani online, con Editori attenti alla perversa logica delle pagine viste e del tempo di permanenza sul sito (e quindi molto sensibili a ciò che può stimolare la crescita di tali indicatori) si può avere una risposta. Qui entra in gioco un altro dei sette attributi, la tipologia dell’informazione: soddisfare la sete di Gossip o quella di senso degli accadimenti politici, sono due obiettivi nettamente diversi.

Chiudo con la segnalazione dei Coordinamenti dei giornalisti precari di cui Ciro Pellegrino è responsabile per la Campania.

I coordinamenti oltre che in Campania sono attivi in Veneto, in Toscana, a Roma, in Abruzzo. Di recente anche a Milano e in Puglia e in molte altre regioni. L’obiettivo è quello di ricordare che ci sono anche i precari del giornalismo. Sai che siamo bravissimi a raccontare i guai degli altri ma non i nostri? C’è ancora qualcuno che parla di noi come di una casta, ignorando l’enorme disparità tra il sempre più sparuto gruppo di contrattualizzati e l’enorme platea di precari, atipici e freelance.