Caro @Maumol, Caro @MaxGramel

Cari lettori,
quante volte avete pensato a cosa vorreste leggere nelle Cronache o nelle pagine degli Esteri o dello Sport? II 22 maggio tenteremo un esperimento che nella lunga storia del nostro giornale è forse un inedito: rovesciare i ruoli tradizionali e chiedere a chi legge di dirci cosa cerca nelle pagine, in carta o in web. Il giornale è una comunità intellettuale e in quanto tale, per rendere al meglio, ha bisogno di interagire, conversare con i lettori e le loro famiglie.

Così inizia la lettera di Molinari e Gramellini ai lettori de la Stampa per il lancio dell’iniziativa “la Stampa 3.0”.

Io gli risponderei così:

Caro Direttore, Caro Vicedirettore,
sapete quante volte mi sono chiesto, leggendo le pagine della Cronaca, degli Interni o dell’Economia, “ma ci staranno dicendo tutto? C’è altro da sapere?” L’esperimento che vorrei fare io è un altro: mi piacerebbe tanto si ripristinassero i ruoli tradizionali e chiedere a voi, che siete Direttore Vicedirettore di giornale, di dettare a noi lettori e al Presidente del Consiglio un’agenda credibile; domandare a voi di stilare una lista di priorità, di parlare delle cose che è necessario sapere. Il giornale, si sa, è una comunità e in quanto tale, perché ciascuno possa esercitare con maggiore consapevolezza e responsabilità la cittadinanza, occorre che chi ha gli strumenti scavi, quindi mostri e infine spieghi quello che è importante. Sarete d’accordo con me, poi, se vi chiedo una prova di fiducia, che mi convinca anche a spendere denaro per “acquistarvi in edicola”. Io un’idea c’è l’ho: e se mi presentassi il 22 Maggio nella vostra redazione e mi faceste vedere come si decide cosa pubblicare e cosa no?

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tutti i Particoli che servono!

Particoli :)

Nel libro “La stanza intelligente”, David Weinberger, parla delle nuove conoscenze che nascono intorno alla Rete e nella Rete diffuse dai contenuti digitalizzati online. Weinberger dice che, con un opportuno utilizzo dei metadati (indicando come standard di riferimento il Dublin Core), si potrebbero “fornire ganci alla conoscenza” e, di conseguenza, si potrebbe fare della Rete un veicolo di conoscenza ancora più efficace.
Con l’utilizzo dei metadati, i contenuti diverrebbero interoperabili, nel senso che sarebbero più facilmente rintracciabili, decodificabili e collegabili, sia dai lettori sia da altri autori, altri giornalisti, altri scrittori. L’utilizzo dei metadati, inoltre, garantirebbe interoperabilità anche a livello di piattaforma […].

L’Istituto Centrale per il Catalogo Unico (ICCU) ha curato la traduzione in italiano del “Dublin Core Metadata Element Set”. Il Dublin Core Metadata Element Set è formato da: Titolo, Creatore, Soggetto, Descrizione, Editore, Autore di contributo subordinato, Data, Tipo, Formato, Identificatore, Fonte, Lingua, Relazione, Copertura, Gestione dei diritti.
Si potrebbe provare ad ipotizzare un set minimo di elementi necessario a garantire un livello accettabile di Interoperabilità; una ipotesi di set minimo potrebbe essere quella comprendente Titolo, Creatore, Soggetto, Descrizione, Editore.

Questa è la definizione di Interoperabilità, uno dei sette attributi della Qualità dell’Informazione che ho presentato (insieme con Tipologia, Professionalità, Pluralismo, Accessibilità, Pubblicità e Completezza), nel mio lavoro di ricerca. Si tratta di una caratteristica che, riguardando i metadati, è più tecnologica che relativa al contenuto vero e proprio (il dato).

Nel Settembre del 2006, Adrian Holovaty, proponeva per il giornalismo la strada dell’Informazione Strutturata. Come Mario Tedeschini Lalli ha spiegato qualche anno dopo, l’Informazione strutturata è l’informazione che si affida a database che ogni cittadino/lettore può interrogare secondo i propri interessi; è una informazione, quindi, maggiormente fruibile dai lettori e in grado di lasciare ai lettori la libertà di fare indagini, confronti, con informazioni dello stesso dominio, della stessa tipologia.

Holovaty fa l’esempio delle notizie degli incendi: se l’informazione sugli incendi fosse strutturata su un insieme completo di record, ciascun lettore potrebbe fare agevolmente dei confronti con altre storie di incendi facilitando il suo percorso verso la conoscenza.

Riconoscere che, associato a ciascuna tipologia di Unità Informativa, sia necessario definire un set minimo di argomenti (cioè di record) da trattare, che permetta a chi usa quella Unità Informativa di avere un quadro chiaro della situazione (un set in grado, oltretutto, di lasciare una certa autonomia nel percorso verso la Conoscenza), genera l’esigenza di un altro attributo di Qualità per l’Informazione: la Completezza.

Questa, invece, è la definizione di Completezza. Rispetto all’Interoperabilità, la strutturazione di Holovaty agisce a livello di contenuto, non di metacontenuto.

Fin qui #1news2cents.

Facciamo un passo avanti: al New York Times hanno inventato i Particles (raccomando la lettura della utile sintesi fatta sull’argomento da Alberto Puliafito, opportunamente sollecitato da Antonio Rossano).

Ora:

  • siccome ci sta a cuore la Qualità del Contenuto;
  • se vanno bene le definizioni gli attributi richiamati all’inizio (Interoperabilità e Completezza);
  • volendo utilizzare il felicissimo neologismo di Alberto Puliafito (Particoli)

si potrebbe dire che l’Informazione è di Qualità (anche) quando, su una opportuna impalcatura di metadati, al lettore viene affidato un set minimo di Particoli, quelli necessari per avere un “quadro completo” della situazione.

 

Aggiornamento ore 15.30

Con Alberto Puliafito è in atto un rincorrersi molto creativo!

Segnalo così il suo ultimo (ultimissimo direi) post, con un suo nuovo neologismo, Quantum News in cui, con il richiamo alle 5W del giornalismo, si completa la definizione di attributo di Completezza.

Ricette, Competitor, Soldi, Contenuti e Editori. e i Lettori?


Federico Ferrazza, vicedirettore di Wired, ha ragione ad essere Contro il dibattito (soprattutto online) sul giornalismo. Ha ragione quando dice che “si discute sempre delle stesse cose. Da tanti, troppi, anni. Senza andare avanti.”

Poi, però, secondo me, cade anch’egli nella trappola. Perché, come fanno praticamente tutte le voci che da anni dibattono sul giornalismo, finisce ancora per parlare di Ricette, di Competitor, di Soldi, della rilevanza dei Contenuti e per tirare dentro gli Editori (che, di fatto, nel dibattito entrano già in modo incisivo e diretto con le scelte che fanno).

Insomma, si, sono d’accordo con Federico Ferrazza: il dibattito ha stancato.

Sono convinto, però, che per [intra]vedere un nuovo futuro del Giornalismo e dell’Editoria, occorre porre al centro il lettore, rivalutare il ruolo sociale del giornalismo e, nelle discussioni – come qualche tempo fa invocava Mario Tedeschini Lalli – dare spazi anche ai non addetti ai lavori e a nuovi argomenti. C’è chi lo ha già fatto.

Comunità Locali e Scelte Sociali delle Testate

Il ruolo sociale della testata giornalistica di informare la comunità, e quindi la bontà del lavoro svolto dai giornalisti, può essere misurato dal Capitale Sociale scambiato tra i suoi membri e dal livello di Benessere (inteso almeno come consapevolezza delle scelte che vengono fatte nella vita quotidiana) della comunità stessa (1).

Gli approcci e le scelte dei modelli delle imprese (sociali) editoriali ovviamente cambiano (dovrebbero) a seconda delle caratteristiche delle comunità.

Una classificazione delle comunità è quella fatta su base geografica. “Dispersed” e “Place Based” sono le definizioni date in un articolo scientifico, “The Effects of Dispersed Virtual Communities on Face-to-Face Social Capital” (2), che studia le dinamiche di accumulo del Capitale Sociale nelle comunità virtuali quando i suoi membri hanno anche la possibilità di frequentarsi offline, in modalità Face-to-Face (FtF). Nello studio si osserva che nelle Dispersed Virtual Community il capitale sociale si accumula perché i suoi membri discutono delle regole (“norms”, quelle che poi applicano nei rapporti FtF) e, aiutandosi, costruiscono un rapporto fiduciario (“trust”) (3). Gli studiosi, nelle conclusioni, raccomandano di dinamicizzare questo circolo virtuoso anche nelle comunità Place Based:

“Virtual community that are explicitly place based (e.g., neighborhood associations) should pay close attention to providing opportunities for people to exchange support and assistance so that they can develop the attachment and loyalty seen in this [dispersed] virtual community in their members.”

Torniamo quindi al ruolo sociale del giornalismo e concentriamoci sulle comunità Place-Based, e quindi, al ruolo sociale delle testate locali anche in relazione alla tecnologia scelta (online o carta): come può agire una testata giornalistica locale perché si accumuli capitale sociale?

Faccio delle ipotesi:

(1) I membri della comunità, discutendo nella Piazza o al Bar delle notizie, hanno già stabilito un rapporto fiduciario e regole di comportamento comuni (per esempio le stesse regole da usare nella conversazione). La testata giornalistica, quindi, già svolge egregiamente il suo lavoro senza necessità della versione online.

(2) I membri della comunità non si incontrano offline, non esiste la conversazione in Piazza o al Bar. La testata giornalistica può in tal caso svolgere il suo ruolo sociale solo in un modo: costituendosi online. Tuttavia, proprio per le raccomandazioni riportate nell’articolo, il ruolo del giornale non può esaurirsi online: deve anche creare occasioni di incontro offline.

Ovviamente le tante realtà si pongono tra queste due estremità e le scelte vanno fatte su base sociale stando molto attenti agli effetti che si possono generare: costruire piattaforme virtuali (cioè agire soltanto online) è una pratica secondo me da evitare ogni volta che esiste il rischio di disgregare (liquefare, per dirla alla Bauman) una comunità. Continuo a ritenere che la Rete abbia allontanato la deriva liquida permettendo una riconnessione a chi si stava separando del tutto, sia chiaro. Oltretutto la tecnologia offre sicuramente il modo di catalogare, di organizzare dati e informazioni, non c’è bisogno di dirlo.

Ma, quando la specificità territoriale lo permette, penso ci si debba sforzare a far camminare le connessioni sociali sull’asfalto, piuttosto che sul cavo. E questo è vero quanto più piccola è la comunità. Man mano che le comunità si fanno più grandi, poi, seguendo le raccomandazioni presenti nell’articolo citato, il ruolo sociale della testata si compie tanto più quanto maggiori sono le occasioni create di connettersi anche nelle (piccole) Piazze: riuscite ad immaginare l’arricchimento che si ricaverebbe se iniziative stile “Repubblica delle Idee” avessero luogo nelle Piazze dei piccoli centri italiani (dando parola a chi vive il territorio)?

(1)E’ poi l’equivalente monetario del Capitale Sociale che misura la qualità dell’articolo: due centesimi di euro per articolo è il risultato del mio calcolo secondo un procedimento ampiamente documentato nel libro
(2)Capitolo 3 del libro Social Capital and Information Technology
(3)Una scuola di pensiero sostiene che il capitale sociale si crei e si accumuli quando tra i membri della comunità c’è condivisione di norme di comportamento e fiducia.

il Contest @stati_generali: una proposta

Gli Stati Generali

Gli Stati Generali sono un progetto per integrare l’essenziale del giornalismo professionale di interesse pubblico e la ricchezza del giornalismo partecipativo, espresso dai saperi diffusi nella società ma spesso poco valorizzati dal sistema dei media esistente o dispersi nella rete. (via)

Dalla medicina all’arte, dal diritto all’economia, mai come in questi anni le generazioni hanno avuto modo di arricchire estendere loro saperi e i loro linguaggi con quelli del mondo. Eppure queste voci restano spesso ignorate dai media o difficilmente distinguibili nell’universo sempre più caotico e rumoroso del web.
Vogliamo mettere in rete, e promuovere queste intelligenze […]. (via)

[…] siamo convinti che il gruppo sempre più numeroso di autori brains che popolano di idee le pagine del sito sia un campione statisticamente rilevante delle migliori intelligenze del nostro Paese. Non paghi di questo, professiamo anche la credenza che le loro argomentazioni possano suscitare nei lettori le emozioni forti che solo la bellezza è capace di animare. […]
Così anche Gli Stati Generali hanno allestito una sfida tra gli articoli e gli autori che sapranno esercitare al meglio le arti della seduzione sul pubblico del sito.  […] La direzione della testata ha deciso comunque di assegnare […] tre premi in euro sonanti ai migliori classificati […].
[…] l’attribuzione del merito è calcolata da un algoritmo […] (via, ma vi prego di leggere tutto)

Io ho un dubbio: con simili, nobili e condivisi intenti, perché si affida l’attribuzione di un merito ad un algoritmo (per quanto “buono” esso sia)?

Ecco quindi la mia proposta alla direzione de Gli Stati Generali: assegnare il premio sulla base di una “peer-review” che preveda l’attribuzione di un punteggio a predeterminati attributi di qualità. Quali?

Dal mio spazio, non può che partire una indicazione di parte: questa la lista che ho definito nel mio lavoro di ricerca #1news2cents: Tipologia, Professionalità, Pluralismo, Accessibilità, Pubblicità, Interoperabilità e Completezza (ma non è detto sia necessario utilizzarli tutti!)

Nella revisione, ovviamente, andrebbero coinvolti attivamente i lettori in un percorso di “lettura consapevole” che darebbe maggior forza ad una mission, quella de Gli Stati Genarali, di per sé già sfidante, di cui l’ecosistema informativo ha fortemente bisogno. Un meccanismo di Pointification, su basi evidentemente da stabilire, potrebbe poi essere messo in piedi per ricompensare l’impegno del lettore (senza il quale, del resto, meno senso avrebbero i contenuti prodotti).

Bitcoin: una Piattaforma p2p per Moneta e Informazione

“Il problema è che si gAffare Bitcoin. Pagare col p2p e senza banche centraliuarda più a bitcoin come moneta che a bitcoin come sistema di pagamento”. Così esordisce Gabriele De Palma, autore del libro “Affare Bitcoin. Pagare col p2p e senza barriere centrali”. Perché la novità, continua De Palma, sta proprio nel metodo di pagamento. Di currency alternative, in effetti, ce ne sono già tante altre.

Di fatto si tratta di una gestione distribuita tra tutti i nodi della rete che, surrogata da un complicata tecnica crittografica, permette di mantenere l’anonimato e prevenire inconvenienti tipo i doppi utilizzi di moneta (tutto viene tracciato in un file accessibile da tutti); la transazione avviene con l’invio di una somma senza la necessità di un’autorità centrale che garantisca la sicurezza dello scambio.
La cosa sconvolgente è la dinamica di creazione di bitcoin (perché in qualche modo questa moneta deve essere emessa, no?): anche qui: non esiste un ente centrale! Per creare bitcoin, occorre risolvere un “problema computazionale” talmente complesso che risulta indispensabile condividere la propria risorsa di calcolo, il proprio PC. Come dice De Palma, poi, “bitcoin è la ricompensa per aver dedicato risorse di calcolo alla rete”.

Questo testo, per me, non parla solo di bitcoin come moneta; nè soltanto di bitcoin come sistema di pagamento. Bitcoin, nella descrizione di De Palma, appare un fenomeno che va visto come declinazione pura del concetto di Rete e di Condivisione. È un punto di vista diverso che, nella sua novità, ci parla di ciò che è all’origine di Internet, dell’idea di Internet; di qualcosa che definirei addirittura ancestrale. Un punto di vista dal quale è stimolante riflettere.

Ecco una prima riflessione: “Bitcoin è digitale, non fisico; è fatto di bit e non di atomi, ma non è virtuale”, dice De Palma. Un’autentica rivelazione che spiega – da una prospettiva sicuramente insolita – l’errore nel quale si cade quando ci si riferisce alla realtà vissuta in Rete come ad una Realtà Virtuale contrapposta a quella vissuta negli incontri face-to-face. Stiamo o non stiamo realmente parlando con una persona quando siamo in chat? Stiamo o non stiamo realmente acquisendo un bene pagandolo in bitcoin? Leggete questo libro e, se non l’avete già fatto, capirete a cosa esattamente mi riferisco.

E poi, per rimanere nell’ambito #1news2cents: Luca De Biase, qualche tempo fa, rifletteva su un argomento che soltanto ora mi appare più chiaro, almeno nei termini in cui veniva posta la questione (nel merito, onestamente, faccio ancora fatica!): la moneta è informazione. Vista la dinamica del sistema Bitcoin, per quanto esista sempre la creazione di una scarsità nella sua cessione (cosa che con l’informazione non succede per la sua natura di “bene non rivale”), prevalendo comunque in essa l’aspetto di condivisione in una rete e considerando poi quanto aumenti la qualità dell’informazione quando la si “maneggia” insieme ad altri, beh, le analogie tra (questa) moneta e informazione sono davvero sorprendenti.

Cosa diventerà Bitcoin? A parte le conclusioni dell’autore io credo che le dinamiche siano quelle di un sistema (il p2p) che, anche solo da un punto di vista puramente infrastrutturale, può tranquillamente essere utilizzato per la “compravendita” di unità informative! Di qualità, s’intende! Ecco perché ho trovato questo testo fondamentale nel percorso che vuole identificare delle pratiche che rendano più reale il Modello Editoriale oggetto del mio studio.

Sarà sicuramente interessante ascoltare Gabriele De Palma e discutere con lui Venerdì prossimo, nel dibattito “Giornalismo, pagamenti e rete: come rifondare l’economia del comparto editoriale grazie ai bitcoin e dintorni” al Dig.it di Prato al quale avrò il piacere di partecipare.

su Membership e Giornali

Pier Luca Santoro, su Datamediahub, pone due questioni e, per stimolare dibattito, formula due domande su Membership e Giornali. Le mie risposte, ovviamente non esaustive, sono a mio avviso già contenute nel mio lavoro di ricerca #1news2cents.

Le annoto qui appresso come mio modesto contributo.

1. La “mem­ber­ship” non è sem­pli­ce­mente un’altra forma di sot­to­scri­zione, è un modo per ripen­sare il rap­porto tra let­tore e giornali.

Domanda: quali stru­menti e stra­te­gie sono neces­sa­rie per ren­dere i let­tori dav­vero par­te­cipi del pro­cesso pro­dut­tivo del giornale?

Risposta: i lettori, in primo luogo, devono essere resi consapevoli del ruolo importante che il giornalismo ha nella loro formazione da cittadini. Come farlo? La parte dello Stato è fondamentale (qui qualche idea condivisa a suo tempo con Legnini con un riferimento alla funzione che dovrebbero avere le scuole. Tanto altro è nelle pagine del libro).

Sugli strumenti, beh, uno possibile è l’implementazione di piattaforme che facilitino il microguadagno, ovvero l’elargizione di un compenso materiale (moneta) per chi partecipa attivamente alla diffusione del contenuto con un meccanismo che credo possa definirsi di Pointification.

2. “Mem­ber­ship” è un con­cetto for­te­mente legato all’idea comu­nità, ma le comu­nità non ven­gono “create” dai gior­nali, esi­stono già e i gior­nali ne sono essi stessi dei membri.

Domanda: qual è il valore che la comu­nità può dare al gior­nale, solo una forma di finan­zia­mento per sostenerlo?

Risposta: No, non soltanto il finanziamento ma anche un contributo – opportunamente premiato; ad esempio con il meccanismo della Pointification al quale ho fatto cetto – alla sensificazione e contestualizzazione della notizia, del fatto raccontato. Sia chiaro, il giornalista non viene sostituito/eliminato: egli deve anzi essere guida (con un punto di vista che, ad un certo punto, non credo possa prescindere da una posizione che deve auspicarsi libera) della discussione con i vari contributor/lettori/cittadini (di documenti, idee e punti di vista).

Mi auguro si possa continuare a discuterne.