If the children are the future…

If the children are the future, the future might be very ill-informed.

That’s one implication of a new study from Stanford researchers that evaluated students’ ability to assess information sources and described the results as “dismaying,” “bleak” and “[a] threat to democracy.”

As content creators and social media platforms grapple with the fake news crisis, the study highlights the other side of the equation: What it looks like when readers are duped.

I dettagli dello studio sono in un articolo molto interessante – e, al tempo stesso, inquietante – su npr, National Public Radio. Il pezzo si conclude così:

“What we see is a rash of fake news going on that people pass on without thinking,” he said. “And we really can’t blame young people because we’ve never taught them to do otherwise.”

[…] “The kinds of duties that used to be the responsibility of editors, of librarians now fall on the shoulders of anyone who uses a screen to become informed about the world,” Wineburg told NPR. “And so the response is not to take away these rights from ordinary citizens but to teach them how to thoughtfully engage in information seeking and evaluating in a cacophonous democracy.”

Uno degli output della mia ricerca è la definizione di un criterio di valutazione della qualità dei contenuti (*); criterio che, consapevole delle profonde scelte politiche che andrebbero fatte per renderlo driver decisionale del finaziamento pubblico alle Imprese Editoriali, avevo proposto (e proporrei ancora) di adottare come utile percorso di consapevolezza del lettore; avevo infatti immaginato (e immagino ancora) il lettore alle prese,  durante la lettura, con una semplice checklist di valutazione di alcuni attributi.

Sono consapevole che questo appesantirebbe l’esperienza di fruizione del contenuto, ma, con tecniche di Pointification o Gamification (altre strategie non mi vengono in mente), sono sicuro si potrebbero ottenere dei buoni risultati. Prima di introdurre i “giovani” lettori (uso le virgolette perché non ne faccio una questione soltanto anagrafica) ad un ecosistema informativo così arricchito, però, occorrerebbe lavorare tanto alla creazione del necessario substato culturale.

Qualche tempo fa ho fatto una piccola esperienza in un Liceo Classico, formativa soprattutto per me. Si deve insistere. Dobbiamo insistere.

__________

(*) Un contenuto si definisce di qualità se la somma dei punteggi assegnati ad un set di attributi (Tipologia, Professionalità, Pluralismo, Accessibilità, Pubblicità, Interoperabilità e Completezza) supera una soglia. (Qui trovate l’indice e il primo capitolo del mio lavoro).

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per un Giornalismo dell’Empatia

real dialogue isn’t about talking to people who believe the same things as you. Social media don’t teach us to dialogue because it is so easy to avoid controversy… But most people use social media not to unite, not to open their horizons wider, but on the contrary, to cut themselves a comfort zone where the only sounds they hear are the echoes of their own voice, where the only things they see are the reflections of their own face. Social media are very useful, they provide pleasure, but they are a trap.

Così Zygmunt Bauman a El Paìs. Una visione abbastanza pessimistica degli scenari digitali.

Lo stesso Bauman, però (almeno io così l’ho sempre letto!), parecchi “anni digitali” fa, forniva la via d’uscita da una deriva soltanto in apparenza inevitabile: la pratica della solidarità. Ora: se ci fermassimo al racconto di Jeremy Rifkin, saremmo portati a pensare di essere già a buon punto: lui infatti di solidarietà ed empatia parla da diversi anni; se invece riflettessimo su alcune delle tipiche “dinamiche da social media”, come l’hate speech, concluderemmo che la rivoluzione empatica è ancora di là da venire (non manca, quindi, chi la invoca ancora).

Siamo probabilmente a metà del cammino; e forse ci siamo grazie alla spinta propulsiva di persone di buon senso e di buona volontà. Ma non basta: si può e si deve fare di più e meglio: il cammino deve farsi sistema.

E i giornalisti devono fare la loro parte.

Sono infatti convinto che la rivoluzione empatica sarà tanto più compiuta quanto meglio (anche) i giornalisti avranno fatto il loro lavoro. Ritengo cioè che il giornalista abbia l’obbligo sociale di conciliare le posizioni contrapposte dei  lettori seguendo e arbitrando la conversazione intorno alla materia proposta – che non vuol dire formare un pensiero unico, meglio precisarlo! Un lavoro due volte difficile (citofonare Anna Masera): difficile è la scelta dell'”argomento di discussione” (1); difficile è la gestione della comunità di riferimento (2). Un lavoro che, anche in ragione di queste difficoltà, va equamente ricompensato.

(1) Uno dei criteri che propongo per la retribuzione del lavoro giornalistico, cioè di misura del costo del contenuto pubblicato, è la tipologia del contenuto stesso
(2) Con la mia ricerca ho dimostrato, matematicamente, che l’entità del compenso è proporzionale alla “grana del capitale sociale” scambiato nella conversazione

tutti i Particoli che servono!

Particoli :)

Nel libro “La stanza intelligente”, David Weinberger, parla delle nuove conoscenze che nascono intorno alla Rete e nella Rete diffuse dai contenuti digitalizzati online. Weinberger dice che, con un opportuno utilizzo dei metadati (indicando come standard di riferimento il Dublin Core), si potrebbero “fornire ganci alla conoscenza” e, di conseguenza, si potrebbe fare della Rete un veicolo di conoscenza ancora più efficace.
Con l’utilizzo dei metadati, i contenuti diverrebbero interoperabili, nel senso che sarebbero più facilmente rintracciabili, decodificabili e collegabili, sia dai lettori sia da altri autori, altri giornalisti, altri scrittori. L’utilizzo dei metadati, inoltre, garantirebbe interoperabilità anche a livello di piattaforma […].

L’Istituto Centrale per il Catalogo Unico (ICCU) ha curato la traduzione in italiano del “Dublin Core Metadata Element Set”. Il Dublin Core Metadata Element Set è formato da: Titolo, Creatore, Soggetto, Descrizione, Editore, Autore di contributo subordinato, Data, Tipo, Formato, Identificatore, Fonte, Lingua, Relazione, Copertura, Gestione dei diritti.
Si potrebbe provare ad ipotizzare un set minimo di elementi necessario a garantire un livello accettabile di Interoperabilità; una ipotesi di set minimo potrebbe essere quella comprendente Titolo, Creatore, Soggetto, Descrizione, Editore.

Questa è la definizione di Interoperabilità, uno dei sette attributi della Qualità dell’Informazione che ho presentato (insieme con Tipologia, Professionalità, Pluralismo, Accessibilità, Pubblicità e Completezza), nel mio lavoro di ricerca. Si tratta di una caratteristica che, riguardando i metadati, è più tecnologica che relativa al contenuto vero e proprio (il dato).

Nel Settembre del 2006, Adrian Holovaty, proponeva per il giornalismo la strada dell’Informazione Strutturata. Come Mario Tedeschini Lalli ha spiegato qualche anno dopo, l’Informazione strutturata è l’informazione che si affida a database che ogni cittadino/lettore può interrogare secondo i propri interessi; è una informazione, quindi, maggiormente fruibile dai lettori e in grado di lasciare ai lettori la libertà di fare indagini, confronti, con informazioni dello stesso dominio, della stessa tipologia.

Holovaty fa l’esempio delle notizie degli incendi: se l’informazione sugli incendi fosse strutturata su un insieme completo di record, ciascun lettore potrebbe fare agevolmente dei confronti con altre storie di incendi facilitando il suo percorso verso la conoscenza.

Riconoscere che, associato a ciascuna tipologia di Unità Informativa, sia necessario definire un set minimo di argomenti (cioè di record) da trattare, che permetta a chi usa quella Unità Informativa di avere un quadro chiaro della situazione (un set in grado, oltretutto, di lasciare una certa autonomia nel percorso verso la Conoscenza), genera l’esigenza di un altro attributo di Qualità per l’Informazione: la Completezza.

Questa, invece, è la definizione di Completezza. Rispetto all’Interoperabilità, la strutturazione di Holovaty agisce a livello di contenuto, non di metacontenuto.

Fin qui #1news2cents.

Facciamo un passo avanti: al New York Times hanno inventato i Particles (raccomando la lettura della utile sintesi fatta sull’argomento da Alberto Puliafito, opportunamente sollecitato da Antonio Rossano).

Ora:

  • siccome ci sta a cuore la Qualità del Contenuto;
  • se vanno bene le definizioni gli attributi richiamati all’inizio (Interoperabilità e Completezza);
  • volendo utilizzare il felicissimo neologismo di Alberto Puliafito (Particoli)

si potrebbe dire che l’Informazione è di Qualità (anche) quando, su una opportuna impalcatura di metadati, al lettore viene affidato un set minimo di Particoli, quelli necessari per avere un “quadro completo” della situazione.

 

Aggiornamento ore 15.30

Con Alberto Puliafito è in atto un rincorrersi molto creativo!

Segnalo così il suo ultimo (ultimissimo direi) post, con un suo nuovo neologismo, Quantum News in cui, con il richiamo alle 5W del giornalismo, si completa la definizione di attributo di Completezza.

il Nuovo Futuro si avvicina

Tra i prerequisiti per il soddisfacimento dei bisogni primari, tra gli strumenti necessari a scalare la Piramide che vede al vertice l’autorealizzazione, il benessere, Maslow mise il desiderio di conoscere e di capire. È stato Rodotà (almeno tra gli autori studiati nell’ambito del mio lavoro), nella sua opera “Il Diritto di avere Diritti”, a intendere quello della Conoscenza non più “alla Maslow” (cioè come un desiderio) ma come un vero e proprio bisogno.

La strada verso la conoscenza – sostiene Floridi ne “La rivoluzione dell’informazione” – si apre soltanto quando l’informazione è semantica fattuale;informazione semantica fattuale che poi Floridi spiega definendo un nesso forte fra l’informazione semantica fattuale e la conoscenza. La conoscenza incapsula la verità, perché incapsula l’informazione semantica, che a sua volta incapsula la verità, come se fossero tre bambole di una matrioska. Conoscenza e informazione sono dunque membri della stessa famiglia concettuale.

Bisognerebbe intendersi su cosa vuol dire informare, sosteneva Norberto Bobbio. Di per sé questo verbo non esprime un’azione positiva in assoluto che giustifichi ogni cosa (…) Ci sono notizie da dare e notizie da non dare (…) Allora diciamo che è un diritto dovere del giornalista dare tutte le informazioni che contribuiscono ad accrescere la conoscenza della realtà sociale, politica e culturale da parte del pubblico.

Mettendo insieme la dichiarazione di Norberto Bobbio e la teoria di Luciano Floridi si ottiene una prima, embrionale definizione di Informazione di qualità: l’Informazione può dirsi di qualità quando è semantica fattuale e riguarda questioni sociali, politiche e culturali. L’informazione di qualità, quindi, è quella funzionale al raggiungimento del benessere.
[#1news2cents, Capitolo 1]

[Visto che i modelli di business per l’editoria non funzionano] perché non si prova a guardare le cose da una nuova prospettiva? Un punto di vista diverso è sicuramente quello in cui, superando l’intento propagandistico del trito e ritrito “people first”, viene messo davvero al centro dell’analisi il lettore-cittadino e il giornalista – cittadino anche lui! – riconoscendo, se non addirittura imponendo, a quest’ultimo un ruolo di guida alla conoscenza per una cittadinanza responsabile, fatta di scelte consapevoli, nei campi decisivi per il benessere di ciascun individuo nella società e per la società.
[Nuovi modelli di business: ricompensare l’interesse del lettore. Su Nòva24 del 23 Novembre, 2014]

Questo è 1news2cents, che – non senza presunzione – ho definito come “Nuovo futuro del Giornalismo e dell’Editoria”. Gli argomenti di Jeff Jarvis (mi) dicono che questo futuro (almeno una parte di quello che ho immaginato io) è un po’ più vicino.

Facebook piattaforma di pubblicazione? Troppo bello per essere vero.

Facebook

Il 17 febbraio scorso, in occasione di una conferenza, Chris Coax, dirigente della divisione sviluppo di Facebook ha ufficialmente annunciato che effettivamente è allo studio una soluzione per ospitare i contenuti editoriali direttamente sulla propria piattaforma e per questo ha avviato già da tempo una serie di contatti e discussioni con gli editori.

Questa la segnalazione di Antonio Rossano nel suo interessante spazio di riflessione, Culture Digitali, ormai, insieme con DataMediaHub, habitué nel gruppo Facebook #1news2cents(*) con spunti sempre stimolanti per ragionare sul panorama dell’Editoria e del Giornalismo.

La “metafora canina” richiamata nel pezzo è perfetta e descrive le dinamiche di una rete diversa da quella che tutti immaginiamo: neutrale nelle infrastrutture e negli algoritmi. Ma l’idea è davvero affascinante:

[…] l’idea potrebbe materializzarsi in una sorta di CMS nativo, un WordPress di Facebook che consentirebbe una grande velocità di accesso alle pagine, un miglior design integrato nella piattaforma e, quindi, il raggiungimento di un audience più ampia.

Il ragionamento che mi ha portato ad assegnare un valore monetario all’“Unità Informativa” parte (anche) dall’assumere l’esistenza di una piattaforma sociale in cui tutti i cittadini conversano sugli articoli prodotti da tutte le testate giornalistiche. La piattaforma sociale ideale è quella in cui gli algoritmi e i filtri trattano tutti (Editori, Giornalisti, Lettori; in una parola i Cittadini) allo stesso modo: ogni contenuto può arrivare senza nessuna profilazione o personalizzazione a tutti i lettori.

Se Facebook fosse davvero neutrale – e, prima ancora, se tutti i Cittadini avessero le stesse condizioni di accesso all’infrastruttura – l’idea sarebbe tanto semplice quanto geniale.
Si, lo so, troppi se.

(*)Non pratico l’aggiunta coatta. Se siete interessati, quindi, fatemene richiesta e sarà un piacere accogliervi nel gruppo e avere più persone a ragionare sul “Nuovo Futuro del Giornalismo”.

Questioni sul Giornalismo del 2015

Ai diversi addetti ai lavori che si sono pronunciati sul futuro del giornalismo vorrei porre delle questioni. Riporto estratti delle loro dichiarazioni e poi, in grassetto, le mie domande. Ho inserito poi, in corsivo, qualche riferimento al mio lavoro di ricerca.

Mario Tedeschini Lalli (@tedeschini)
se fino a poco tempo fa i giornali lavoravano solo sull’oggi e le pagine di un giornale non avevano più valore il giorno dopo, oggi il giornalista deve attrezzarsi per creare significato attraverso il tempo, non solo nell’istante. Questo perché i contenuti restano sul web e i nuovi devono poter entrare in relazione con quelli precedenti. Ciò è possibile solo comprendendo le relazioni di significato che nascono e possono essere create in ambito digitale, per esempi attraverso la gestione dei metadati.
a) Quindi delego il senso solo al giornalista? Non è forse (anche) il tempo reale della discussione con gli utenti un nuovo modo di dare senso?
b) E’ innegabile che il lavoro giornalistico può ora più facilmente rendere conto di (dare senso a) dati prodotti in intervalli di tempo anche molto ampi poiché più facilmente rintracciabili e linkabili. Chiedo, però: quanto buono è l’uso che viene fatto dei metadati, dei metatag, nei contenuti giornalistici?
#1news2cents: Uno degli attributi della definizione che ho formulato di qualità del contenuto è l’interoperabilità intesa come metodo per rendere il contenuto (che assumo essere online) rintracciabile, identificabile mediante anche utilizzo di metainformazioni.

Jacopo Barigazzi (@jacopobarigazzi)
Gli altri dovranno puntare tutto su talenti, tecnologia, community ed eventi continuando a innovare e sperimentare.
Ci possiamo permettere di sperimentare? Chi lo può fare? Solo le grandi testate? A che prezzo?

Marco Bardazzi (1) (@marcobardazzi)
[…] si dovranno creare contenuti che sono adatti a tutte le piattaforme
Ma a laStampa non eravate stati i primi, in Italia, a modernizzare le redazioni e farne una web ammettendo la necessità di una diversificazione?

Marco Bardazzi (2) (@marcobardazzi)
I giornali continueranno a esserci, ma con minore foliazione e magari come strumento di approfondimento del secondo o terzo giorno.
Quindi si sarà in grado di mantenere desta l’attenzione e fidelizzare i lettori al cartaceo? E’ un riferimento al giornalismo locale?

Andrea Iannuzzi (1) (@Aiannuzzi)
Ma più di tutto sarà importante costruire rapporti di fiducia con i propri sostenitori: non chiedere loro di pagare qualcosa, ma offrire l’opportunità di contribuire – anche economicamente – a un progetto nel quale credono. E’ il modello membership, in sostanza.
Che successo hanno avuto le iniziative di crowdfunding in Italia? Siamo sicuri che questo modello possa funzionare? Non si dovrebbe cominciare a dialogare e iniziare un rapporto fiduciario tra i giornalisti/giornali e lettori per poi chiedere loro dei contributi economici?

Andrea Iannuzzi (2) (@Aiannuzzi)
Per quanto riguarda il mercato pubblicitario, va “riconquistato” attraverso modalità completamente nuove, che oggi per esempio si chiamano “programmatic”: all’inserzionista va offerto il cliente giusto al momento giusto sulla giusta piattaforma, con precisione chirurgica e tempismo. Il modo tradizionale di vendere la pubblicità non è più competitivo.
Quanto è pericoloso per i contenuti e, quindi, per i lettori, essere ancora più dipendenti dai desiderata dell’inserzionista?

Andrea Iannuzzi (3) (@Aiannuzzi)
Infine, sarà sempre più importante il fund-raising, sia di base che attraverso fondazioni, enti non profit e benefattori.
Philip Di Salvo (@philipdisalvo)
Se l’idea delle Membership è quella di favorire il senso di appartenenza dei lettori alla propria testata di riferimento, anche il crowdfunding punta a enfatizzare il ruolo delle audience nella produzione delle notizie. E poi: un altro trend crescente e che è destinato a guadagnare altra importanza in futuro è quello dei grant da parte di fondazioni o investitori indirizzati a testate giornalistiche.
Bene. Perché nessuno parla di Impresa con Finalità Sociali?
#1news2cents: Il Modello di Impresa con Finalità Sociali alla Yunus (restituzione totale del prestito e reinvestimento totale dell’utile per migliorare il servizio) è il modello che auspico per le Imprese Editoriali. In questo modo, anche attraverso la condivisione con i lettori degli obiettivi sociali del giornale, si possono creare delle dinamiche scrittore-lettore simili a quelle cliente-produttore delle Botteghe del Commercio Equo e solidale.

Carola Frediani (@carolafrediani)
La tecnologia e la rete stanno rivoluzionando il mondo del giornalismo, il modo in cui lo si fa, la relazione coi lettori, tutto. Un esempio: è appena nata una iniziativa editoriale, reported.ly, fondata da Andy Carvin, i cui giornalisti lavoreranno direttamente sui social media.
Tu hai capito come saranno ricompensati i lettori?
#1news2cents: il rapporto fiduciario della testata con i lettori, che è poi ciò che potrebbe portare lo stesso lettore a diventarne un membro (nel senso della membership di cui s’è detto in precedenza), credo debba passare attraverso la pratica di dinamiche di coinvolgimento di feedback-controfeedback (la definizione, molto estemporanea, è la mia); nella peggiore delle ipotesi una ricompensa in una logica di gamification o, forse meglio, per farla ancora più semplice, pointification.
Nella mia ricerca, riprendendo gli esiti di studi di qualche anno fa, propongo di riconoscere ai lettori che hanno fatto una condivisione attiva di un articolo (i.e. ne hanno favorito l’acquisto da parte di un altro lettore) un credito per l’acquisto di ulteriori notizie.

Non è esattamente il caso di reported.ly ma, credo, anche guardando il team al lavoro in questi primi giorni dell’anno, si debba provare ad andare oltre la logica della semplice citazione (sono passati ormai diversi anni da quando, giustamente, ci si scandalizzava per i furbi che rubavano foto da ri-pubblicare senza nessun riferimento all’autore. Insomma, si, penso che l’asticella si è alzata!)

Federico Guerrini (@fede_guerrini)
Finché si pensa al traffico, i giornali saranno vincolati alla necessità dei click. Altra via è ripensare il giornalismo come servizio culturale.
Aspetto culturale e ruolo educativo del giornalista sono sullo stesso piano, sono la stessa cosa? Oppure è una forzatura la mia interpretazione? Mi è capitato in almeno un paio di occasioni di sottoporre la questione ma ho ottenuto soltanto “simpatici sberleffi”. Quindi, ancora una volta, utilizzo parole di altri citando Jeff Jarvis, non esattamente l’ultimo arrivato.
#1news2cents: un altro degli attributi del contenuto di qualità è il tasso di pubblicità presente nell’articolo o nella piattaforma che lo distribuisce. La mia proposta è di avere una pubblicità che faccia notizia; per quello che ne ho potuto capire io, una tale pubblicità sarebbe un advertorial di un’Azienda che ha un obiettivo sociale al pari di quello dell’Impresa Editoriale: la crescità della consapevolezza di cittadinanza.

Spero di raccogliere anche qualche risposta. Alla peggio, per me, sono dei preziosi appunti.

FAQ di #1news2cents

L’aver pubblicato l’articolo su Nòva24 ha reso più ampio il respiro delle riflessioni intorno al mio lavoro di ricerca. Ecco qui la raccolta delle domande che mi sono state poste e le risposte che ho provato a dare(1)(2)(3)

Domanda: Non condivido “di portare senso ai fatti in un modo che, con la carta, non è stato mai nemmeno pensabile”

Risposta: A meno che non si stia parlando di cerchie locali (un Comune per esempio o, meglio ancora, un bar) in cui, sfogliando il giornale, si commenta il fatto dandogli senso magari anche raccontandolo meglio perché lo si è vissuto direttamente, la possibilità di allargare la cerchia su scala nazionale e capire cosa sta succedendo è una possibilità – per altro ancora non declinata bene, imho – che solo Internet può dare.
A questo aggiungi la possibilità di linkare fonti (anche qui, però, hanno tutti paura di portare fuori), di correlare dati, etc…


Domanda: Alla fine del tuo articolo dici di misurare impatto sociale. Come?

Risposta: La risposta che ho dato alla tua domanda passa attraverso studi e modelli matematici provenienti dalla sociologia che io ho poi ulteriormente sviluppato per arrivare ai miei “2 cents”


Domanda: Interessante il discorso del bar, certo impegnativo se tocca poi alla redazione selezionare i contenuti proposti dai lettori con tutti i limiti di rischio vero o solo percepito di censura…

Risposta: Il riferimento al bar è per dire della conversazione che si sviluppa intorno all’articolo cartaceo. Un meccanismo che la rete ovviamente amplifica aumentando il raggio della cerchia e mettendo in contatto più persone (dico cose ovvie, eh!)


Domanda: Io vedo due difficoltà: (1) quella pragmatica della valutazione di ciò che ha “importanza sociale”, o culturale (il commento riguarda la difficoltà nella valutazione di ciò che ha rilevanza sociale, o culturale) e (2) la modalità di mediazione fra il giornalista civico o sociale che dir si voglia e il cittadino. Io temo che i loro obbiettivi continuino a essere sostanzialmente diversi.

Risposta: (1) nella ricerca che ho fatto ho stabilito una metrica della qualità. Il discorso sarebbe molto ampio ma…uno degli attributi che ho considerato è la “tipologia”. Il mio ragionamento, tradotto in modo grezzo è (per fare un esempio): un articolo di gossip non è importante, uno di cronaca giudiziaria si. È evidente che il paradigma è diverso da quello attuale: oggi il metro è l’interesse e quindi il gossip vale di più! (2) sulla mediazione, se penso alle piattaforme online, basterebbe impiegare un buon Social Media Editor. (3) gli obiettivi di giornalista e lettore sarebbero identici (la crescita sociale) se l’impresa editoriale fosse “con finalità sociali”. Cosa che, ancora, cerco di dire nella mia ricerca…


Domanda: analisi suggestiva e competente. ma fa ancora il giro troppo largo intorno al problema centrale: da dove prendere soldi. se parliamo del lettore, questo (sia amatoriale sia professionale), aprirà il borsellino solo nel caso in cui l’informazione in vendita soddisfa un suo bisogno ed è priva di alternative (o succedanei) gratuite. quindi, o il lettore pagante lo conquisti perché gli dai un contenuto informativo per lui necessario di cui disponi in esclusiva (difficile, in tempi di condivisione generalizzata), oppure gli fornisci un contenuto frutto di una selezione eseguita per suo conto, quindi si paga sostanzialmente non per il contenuto ma per il tempo che sarebbe stato necessario a selezionarlo

Risposta: Nell’articolo ci sono degli spunti che poi ho esploso nel mio lavoro di ricerca che va oltre, direi molto oltre l’analisi dell’articolo con delle proposte “concrete” Volendo riassumere: (1) il “soldo” che il lettore paga è un credito di cui il lettore stesso dispone su base quotidiana (lo Stato finanzia l’editoria non con trasferimenti – diretti o indiretti – all’imprenditore, ma cedendo credito al lettore che poi fa la sua scelta) (2) le imprese editoriali devono essere Imprese con finalità sociali, nel senso definito da Yunus, l’inventore del microcredito (3) non è detto che quella con Finalità sociali debba essere l’unico tipo di impresa che opera nel mercato editoriale, ma è l’unica a poter avere finanziamento.
Ho ridotto tantissimo e messo le virgolette alla parola “concrete” perché mi rendo conto che la proposta è pesante e, soprattutto, ha una forte impronta politica. Ma è un punto di vista sul quale credo si possa ragionare…


Domanda: la tua è un’analisi “alta”. io mi sono permesso di volgarizzare. troppo spesso gli stessi giornalisti non sono sul punto. all’università di salerno, ieri, in un (ottimo) incontro di aggiornamento professionale sul data journalism, un ricercatore ritagliava intorno al giornalista attuale i panni del regista multimediale. ho visto parecchi volti perplessi

Risposta: Ti ringrazio per l’aver definito alta la mia analisi ma, credimi, il lavoro che ho fatto in questi anni non l’ho fatto per puro esercizio. Spero di poterci riflettere con il numero di persone più alto possibile…è un modello da limare, ma…


(1)Conversazione con Pier Luca Santoro e Andrea Arrigo Panato
(2)Conversazione con Maria Cecilia Averame
(3)Conversazione con Enrico Sbandi