#digitRoma – proposte legislative per la realizzazione del Modello Sociale per l’Editoria #1news2cents

Presentazione_Logo

Domani, a Roma, nella sede della Federazione Nazionale della Stampa, c’è la tappa del festival dedicato al giornalismo digitale, #digitRoma. (1)

Insieme con l’Associazione LSDI, Libertà di Stampa e Diritto all’Informazione, presenteremo le proposte di modifica di leggi esistenti e di nuove leggi con le quali il modello elaborato nel mio lavoro di ricerca diventerebbe operativo.

E’ una occasione unica. Ringrazio l’Associazione LSDI per aver creduto nel mio lavoro.

_______
(1) Nei giorni che hanno preceduto questo importante appuntamento, sulle pagine di LSDI ho pubblicato alcuni articoli di presentazione dell’impianto teorico del modello:
Presentazione generale: Fiducia, giornali, capitale sociale e altri accidenti

Questi invece gli articoli sui temi specifici del modello:
(1) Il Capitale Sociale
(2) Il ruolo dello Stato
(3) Contenuti, qualità, finanziamenti
(4) Il modello di impresa editoriale
(5) Quanto vale una notizia?

Annunci

Capitale Umano, Capitale Sociale e Modello Sociale per il Giornalismo

il-capitale-umano-bruno-vettore-realtortv

Nel 2010 Amartya Sen, Jean-Paul Fitoussi e Joseph Stiglitz pubblicarono “La misura sbagliata delle nostre vite”, una ricerca che dimostrava, su basi non soltanto teoriche, come il PIL non potesse essere più considerato come misura del benessere e del progresso sociale.

Nel 2014 Luca Ricolfi, ne “L’Enigma della Crescita”, elaborò una formula che esprimeva il tasso di crescita basandosi sui dati disponibili nel periodo 1995-2007 per le nazioni OCSE: questa formula esprimeva la forte dipendenza del tasso di crescita dal “Capitale Umano”.

Oggi, in “Crossroads” di Nòva 24, Luca De Biase dice: “secondo la Banca Mondiale il valore del capitale umano equivale ai due terzi della ricchezza dell’umanità e ne spiega il futuro benessere meglio di molte altre variabili.”

Un filone, quindi, aperto da diversi anni. Un filone di ricerca che, però, non ha mai considerato abbastanza un altro parametro, il Capitale Sociale.(1)

Cosa c’entra tutto questo con il Modello Sociale per l’Editoria di #1news2cents?

Qualche punto di premessa:

  • se è vero, come oggi ricorda Luca De Biase, che “l’educazione, l’istruzione, la crescita della conoscenza, la ricerca sono le forme di investimento che generano un aumento del capitale umano e che producono la maggiore crescita della ricchezza nel lungo termine”;
  • se è condivisa l’ipotesi secondo cui la conoscenza – e gli elementi che da essa sono generati – è questione di condivisione in una rete sociale, che più grande è meglio è, nel senso che nessuno è capace di costruirla per sé, da sé;
  • se si ammette che i giornalisti hanno il ruolo sociale di contribuire, con la loro professionalità, alla generazione di senso (cioè di conoscenza) dei fatti nella rete in cui operano;
  • se, quindi, per la creazione di Capitale Umano è necessario (certo, non sufficiente) il lavoro giornalistico;

dovrebbe apparire scontata l’urgenza di realizzare un Modello che lavori per aumentare l’incidenza del Capitale Sociale nel tasso di crescita. Un Modello che – evidentemente – non può che essere un Modello Sociale.

Non deve sfuggire che la ricerca di Ricolfi è una fotografia del periodo 1995-2007 (in cui, come ricordato, il Capitale Sociale, ebbe una incidenza molto marginale sul tasso di crescita), mentre il Modello Sociale che auspico per l’Editoria è un programma di lungo periodo che, se portato a compimento, avrebbe una equazione del tasso di crescita con coefficienti (se non anche parametri) differenti da quelli elaborati dal sociologo Torinese(2).

___
(1) In effetti Ricolfi, nel suo trattato, ammetteva di non averlo considerato; e non lo aveva considerato per un motivo ben preciso: l’analisi dei dati aveva dimostrato che il Capitale Sociale aveva avuto, nel periodo osservato, un impatto trascurabile sul tasso di crescita.
(2) Nel Modello che ho elaborato la quantità e la grana di Capitale Sociale circolante è la misura del valore del lavoro giornalistico.

***

Da “Il Capitale Umano” di Paolo Virzì: L’assicurazione dell’auto di Massimiliano ha negoziato con i familiari di Fabrizio Lupo, vittima dell’incidente, un risarcimento di €218.976,00.
Importi come questo vengono calcolati valutando parametri specifici: l’aspettativa di vita di una persona, l’ansia potenzialità di guadagno, la quantità e la qualità dei suoi legami affettivi.
I periti assicurativi lo chiamano “il capitale umano

DIKW

L’impianto teorico del modello sociale per l’editoria formulato in #1news2cents comprende lo schema WIKiD, acronimo di Wisdom, Innovation, Knowledge, Information e Data, elementi del Capitalismo Sociale secondo la visione di Dan Robles. Il WIKiD formulato Dan Robles nel 2010 era uno schema predittivo(1): diceva infatti Robles:

We can say that each new era was derived from the prior era by integrating the tools developed during the prior era. We have seen the data economy in the industrial revolution, we have seen the information economy with Invention of the Integrated Circuit, We are in the midst of the knowledge economy with the advent of the Internet.

Confesso, però, di aver tradito la natura predittiva del WIKiD di Robles per prenderne l’aspetto che, nei tempi in cui facevo le mie primissime ricerche, più mi aiutava a schematizzare il ragionamento: il WIKiD, infatti, mi si presentò davanti come una naturale espansione di quello di Choo, Detlor e Turnbull (Figura 1), che avevo conosciuto due anni prima, nel 2008, grazie al libro“Il marketing dell’informazione e della conoscenza” di Michele Rosco (il libro è del 2003).

datainfoknow

Figura 1(1): The Data-Information-Knowledge Contiuum – lo schema di Choo, Detlor e Turnbull

Così poi, (come dicevo: naturalmente) venne fuori lo schema WIKiD (Figura 2): grazie alle potenzialità sempre più evolute del Web in termini di organizzazione degli elementi (Data, Information e Knowledge) e alle accresciute capacità dell’uomo (che, proprio grazie al Web, poteva entrare in contatto con una platea più ampia, qualificando anche il Capitale Sociale delle relazioni), dalla Conoscenza (Knowledge) si poteva arrivare all’Innovazione (Innovation) e, attraverso essa, alla Saggezza (Wisdom, che ho poi sempre preferito chiamare Benessere).

WIKiD

Figura 2: evoluzione dello schema di Choo, Detlor e Turnbull: schema WIKiD

Ulteriori ricerche mi hanno portato, recentemente (molto dopo la pubblicazione di #1new2cents), alla scoperta della “Piramide DIKW” (essendo DIKW l’acronimo di Data, Information, Knowledge e Wisdom, Figura 3 e Figura 4, da Wikipedia), utilizzata per rappresentare le presunte relazioni (traduco da Wikipedia) tra dati, informazioni, conoscenza e saggezza.

Le pubblicazioni citate su Wikipedia alla voce DIKW sono del 2006: tre anni dopo, per riassumere, la pubblicazione dello schema di Choo, Detlor e Turnbull sul testo di Rosco (che è del 2003) e quattro anni prima il WIKiD di Robles (del 2010) che, rispetto alla piramide, aggiungeva l’elemento “Innovazione”. Su questi temi lavoro dal 2008.

dikw_28129

Figura 3(1): Un possibile diagramma di flusso della gerarchia DIKW

km_pyramid_adaptation

Figura 4: Adattamento della Piramide DIKW dei Knowledge Managers della US Army

Questo post vuole essere, oltre che un richiamo al lavoro già svolto, un punto di partenza per eventuali sviluppi futuri.

_______

(1) L’aspetto predittivo è molto interessante. Dice Dan Robles: “Looking far far into the future, we can predict that the wisdom economy will emerge from an integration of tools developed in the innovation economy. The wisdom economy – with or without the current financial system – will have the greatest likelihood of achieving a sustainable human presence on Earth. Consequently, failure to achieve the wisdom economy presents an equally predictable outcome.” Anche voi pensate all’Intelligenza Artificiale?

ci penso io

C’è un passo del mio lavoro di ricerca che, riletto oggi, potrebbe suonare davvero male. Si tratta dell’introduzione del capitolo in cui cercavo di spiegare cosa intendevo (e intendo tuttora, per quanto in quattro anni ho maturato qualche altra idea) per “Informazione di Qualità”.

La definizione proposta è: l’informazione si definisce di Qualità se la somma dei punteggi assegnati ad uno specifico set di attributi, opportunamente pesati, supera un’assegnata soglia. L’attuazione del Modello dovrebbe, quindi, prevedere un meccanismo di rating che, assegnando i punteggi ai singoli attributi e stabilendo, così, se il Contenuto Online è di qualità, ne decreterebbe automaticamente l’idoneità all’accesso al finanziamento ovvero lo stato di “acquistabile online” con il microcredito giornaliero concesso dallo Stato ad ogni Cittadino.

Dopo la definizione, il “passo critico” arriva qualche riga più avanti, sul meccanismo di rating:

…non essendo possibile valutare la qualità di ogni singola Unità Informativa in tempo reale nel momento in cui viene messa in vendita dalla Testata, si ipotizza l’implementazione di un rating periodico (ad esempio su base mensile o trimestrale) delle Testate (o di sezioni di esse). Il risultato del rating periodico stabilirebbe che, per il mese o per il trimestre di validità dello stesso, gli articoli prodotti e messi in vendita dalla data Testata Giornalistica Online, sono di Qualità (nel senso che verrà chiarito nei prossimi Paragrafi) e, quindi, possono essere acquistati dai Cittadini con il microcredito concesso dallo Stato.

Ogni segnalazione dei Cittadini di Contenuti non di Qualità (il criterio di rating è open e, quindi, utilizzabile da ciascun lettore per una valutazione soggettiva), vagliati da un organismo creato ad hoc, potrebbe poi generare delle sanzioni (divieto di accesso al finanziamento previsto dal Modello Fotovoltaico, pagamento di multe, risarcimenti ai Cittadini, etc) per le Testate responsabili della pubblicazione di Contenuti non di Qualità.

Per quanto quelli che avevo individuato fossero degli attributi molto neutri e oggettivi (nel senso che la loro valutazione non prevede alcun giudizio personale sul merito del contenuto: Tipologia del contenuto, Professionalità, Pluralismo, Accessibilità, Pubblicità, Interoperabilità e Completezza, i sette attributi per l’appunto, quelli sono, c’è poco da inventare), evidentemente non mi ero reso conto di quanto pericoloso fosse buttare dentro il ragionamento e, peggio ancora, in un libro sul giornalismo, un fantomatico “organismo creato ad hoc”. Se mi fossi trovato a scrivere questo passo oggi  sicuramente sarei stato più attento.

Dovevo togliermi questo peso (e così prendermi anche un impegno).

L’occasione è stata la prima pagina de “il Fatto Quotidiano” di oggi in cui Marco Travaglio, con lo stesso paternalismo che si sarebbe potuto attribuire a me quattro anni fa (un po’ a ragione, un po’ a torto) quando prevedevo “l’organismo” di valutazione di qualità dei contenuti e con le stesse sicurezze che la Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini ostenta nel parlare del progetto #BastaBufale, presenta il servizio “Vero o Falso” (Ogni giorno un fatto in più e una bugia in meno per “votare informati”, si legge).

Una riflessione.

aaaSi leggeva così su Valigia Blu un paio di mesi fa:

L’aspetto più ironico di tutto questo è che la comunità che è rimasta nella piattaforma maggiormente aderente alla realtà (il Fatto Quotidiano, per parlare della casa accogliente che Travaglio starebbe preparando per i suoi lettori: l’uso dei termini, poi, è alquanto indicativo: si vogliono riempire vasi più che accendere fuochi), libera dalla disinformazione, finirà per essere il gruppo più danneggiato. So che può sembrare privo di senso, ma seguite il mio ragionamento. Le persone intelligenti, quelle che sanno che la scienza è il metodo migliore per comprendere l’universo e che la prova è importante, quelle persone rimarranno intrappolate in una camera dell’eco che eliminerà la necessità di un pensiero critico.

Così, sempre su Valigia Blu, si dice dell’iniziativa cara alla Presidente Boldrini:

Per ora, è stato pubblicato un manifesto che poco fa capire di come saranno organizzati i corsi di alfabetizzazione alle notizie, ma che tradisce una certa distanza dalla cultura della Rete e che focalizza i suoi obiettivi più su come smascherare (e non diffondere) le false informazioni che sulla maturazione di un pensiero critico rispetto a tutto quello che leggiamo, indipendente da fonte e mezzo.

Lo scenario è davvero inquietante e la pagina di Marco Travaglio di oggi è la dimostrazione di quello che potrebbe succedere se a garanzia dei lettori vi fosse un’autorità ben più “potente e centrale” di un direttore/editore di un singolo quotidiano.

Io continuo comunque a pensare che, cito nuovamente da #1news2cents, “sarebbe interessante sperimentare un percorso di consapevolezza del lettore sul livello qualitativo di ciò che si legge, rendendo ad esempio disponibile un‘applicazione sul browser o un pulsante in coda all’articolo per assegnare un punteggio di qualità dell’articolo” che consideri gli attributi che avevo definito nel mio lavoro di ricerca”. Che era e continua ad essere l’obiettivo del mio lavoro: mettere a disposizione dei lettori un metodo che stimoli il pensiero critico e che non deleghi a nessuno se non a sé la scelta consapevole delle proprie fonti di informazione e conoscenza.

If the children are the future…

If the children are the future, the future might be very ill-informed.

That’s one implication of a new study from Stanford researchers that evaluated students’ ability to assess information sources and described the results as “dismaying,” “bleak” and “[a] threat to democracy.”

As content creators and social media platforms grapple with the fake news crisis, the study highlights the other side of the equation: What it looks like when readers are duped.

I dettagli dello studio sono in un articolo molto interessante – e, al tempo stesso, inquietante – su npr, National Public Radio. Il pezzo si conclude così:

“What we see is a rash of fake news going on that people pass on without thinking,” he said. “And we really can’t blame young people because we’ve never taught them to do otherwise.”

[…] “The kinds of duties that used to be the responsibility of editors, of librarians now fall on the shoulders of anyone who uses a screen to become informed about the world,” Wineburg told NPR. “And so the response is not to take away these rights from ordinary citizens but to teach them how to thoughtfully engage in information seeking and evaluating in a cacophonous democracy.”

Uno degli output della mia ricerca è la definizione di un criterio di valutazione della qualità dei contenuti (*); criterio che, consapevole delle profonde scelte politiche che andrebbero fatte per renderlo driver decisionale del finaziamento pubblico alle Imprese Editoriali, avevo proposto (e proporrei ancora) di adottare come utile percorso di consapevolezza del lettore; avevo infatti immaginato (e immagino ancora) il lettore alle prese,  durante la lettura, con una semplice checklist di valutazione di alcuni attributi.

Sono consapevole che questo appesantirebbe l’esperienza di fruizione del contenuto, ma, con tecniche di Pointification o Gamification (altre strategie non mi vengono in mente), sono sicuro si potrebbero ottenere dei buoni risultati. Prima di introdurre i “giovani” lettori (uso le virgolette perché non ne faccio una questione soltanto anagrafica) ad un ecosistema informativo così arricchito, però, occorrerebbe lavorare tanto alla creazione del necessario substato culturale.

Qualche tempo fa ho fatto una piccola esperienza in un Liceo Classico, formativa soprattutto per me. Si deve insistere. Dobbiamo insistere.

__________

(*) Un contenuto si definisce di qualità se la somma dei punteggi assegnati ad un set di attributi (Tipologia, Professionalità, Pluralismo, Accessibilità, Pubblicità, Interoperabilità e Completezza) supera una soglia. (Qui trovate l’indice e il primo capitolo del mio lavoro).

per un Giornalismo dell’Empatia

real dialogue isn’t about talking to people who believe the same things as you. Social media don’t teach us to dialogue because it is so easy to avoid controversy… But most people use social media not to unite, not to open their horizons wider, but on the contrary, to cut themselves a comfort zone where the only sounds they hear are the echoes of their own voice, where the only things they see are the reflections of their own face. Social media are very useful, they provide pleasure, but they are a trap.

Così Zygmunt Bauman a El Paìs. Una visione abbastanza pessimistica degli scenari digitali.

Lo stesso Bauman, però (almeno io così l’ho sempre letto!), parecchi “anni digitali” fa, forniva la via d’uscita da una deriva soltanto in apparenza inevitabile: la pratica della solidarità. Ora: se ci fermassimo al racconto di Jeremy Rifkin, saremmo portati a pensare di essere già a buon punto: lui infatti di solidarietà ed empatia parla da diversi anni; se invece riflettessimo su alcune delle tipiche “dinamiche da social media”, come l’hate speech, concluderemmo che la rivoluzione empatica è ancora di là da venire (non manca, quindi, chi la invoca ancora).

Siamo probabilmente a metà del cammino; e forse ci siamo grazie alla spinta propulsiva di persone di buon senso e di buona volontà. Ma non basta: si può e si deve fare di più e meglio: il cammino deve farsi sistema.

E i giornalisti devono fare la loro parte.

Sono infatti convinto che la rivoluzione empatica sarà tanto più compiuta quanto meglio (anche) i giornalisti avranno fatto il loro lavoro. Ritengo cioè che il giornalista abbia l’obbligo sociale di conciliare le posizioni contrapposte dei  lettori seguendo e arbitrando la conversazione intorno alla materia proposta – che non vuol dire formare un pensiero unico, meglio precisarlo! Un lavoro due volte difficile (citofonare Anna Masera): difficile è la scelta dell'”argomento di discussione” (1); difficile è la gestione della comunità di riferimento (2). Un lavoro che, anche in ragione di queste difficoltà, va equamente ricompensato.

(1) Uno dei criteri che propongo per la retribuzione del lavoro giornalistico, cioè di misura del costo del contenuto pubblicato, è la tipologia del contenuto stesso
(2) Con la mia ricerca ho dimostrato, matematicamente, che l’entità del compenso è proporzionale alla “grana del capitale sociale” scambiato nella conversazione

tutti i Particoli che servono!

Particoli :)

Nel libro “La stanza intelligente”, David Weinberger, parla delle nuove conoscenze che nascono intorno alla Rete e nella Rete diffuse dai contenuti digitalizzati online. Weinberger dice che, con un opportuno utilizzo dei metadati (indicando come standard di riferimento il Dublin Core), si potrebbero “fornire ganci alla conoscenza” e, di conseguenza, si potrebbe fare della Rete un veicolo di conoscenza ancora più efficace.
Con l’utilizzo dei metadati, i contenuti diverrebbero interoperabili, nel senso che sarebbero più facilmente rintracciabili, decodificabili e collegabili, sia dai lettori sia da altri autori, altri giornalisti, altri scrittori. L’utilizzo dei metadati, inoltre, garantirebbe interoperabilità anche a livello di piattaforma […].

L’Istituto Centrale per il Catalogo Unico (ICCU) ha curato la traduzione in italiano del “Dublin Core Metadata Element Set”. Il Dublin Core Metadata Element Set è formato da: Titolo, Creatore, Soggetto, Descrizione, Editore, Autore di contributo subordinato, Data, Tipo, Formato, Identificatore, Fonte, Lingua, Relazione, Copertura, Gestione dei diritti.
Si potrebbe provare ad ipotizzare un set minimo di elementi necessario a garantire un livello accettabile di Interoperabilità; una ipotesi di set minimo potrebbe essere quella comprendente Titolo, Creatore, Soggetto, Descrizione, Editore.

Questa è la definizione di Interoperabilità, uno dei sette attributi della Qualità dell’Informazione che ho presentato (insieme con Tipologia, Professionalità, Pluralismo, Accessibilità, Pubblicità e Completezza), nel mio lavoro di ricerca. Si tratta di una caratteristica che, riguardando i metadati, è più tecnologica che relativa al contenuto vero e proprio (il dato).

Nel Settembre del 2006, Adrian Holovaty, proponeva per il giornalismo la strada dell’Informazione Strutturata. Come Mario Tedeschini Lalli ha spiegato qualche anno dopo, l’Informazione strutturata è l’informazione che si affida a database che ogni cittadino/lettore può interrogare secondo i propri interessi; è una informazione, quindi, maggiormente fruibile dai lettori e in grado di lasciare ai lettori la libertà di fare indagini, confronti, con informazioni dello stesso dominio, della stessa tipologia.

Holovaty fa l’esempio delle notizie degli incendi: se l’informazione sugli incendi fosse strutturata su un insieme completo di record, ciascun lettore potrebbe fare agevolmente dei confronti con altre storie di incendi facilitando il suo percorso verso la conoscenza.

Riconoscere che, associato a ciascuna tipologia di Unità Informativa, sia necessario definire un set minimo di argomenti (cioè di record) da trattare, che permetta a chi usa quella Unità Informativa di avere un quadro chiaro della situazione (un set in grado, oltretutto, di lasciare una certa autonomia nel percorso verso la Conoscenza), genera l’esigenza di un altro attributo di Qualità per l’Informazione: la Completezza.

Questa, invece, è la definizione di Completezza. Rispetto all’Interoperabilità, la strutturazione di Holovaty agisce a livello di contenuto, non di metacontenuto.

Fin qui #1news2cents.

Facciamo un passo avanti: al New York Times hanno inventato i Particles (raccomando la lettura della utile sintesi fatta sull’argomento da Alberto Puliafito, opportunamente sollecitato da Antonio Rossano).

Ora:

  • siccome ci sta a cuore la Qualità del Contenuto;
  • se vanno bene le definizioni gli attributi richiamati all’inizio (Interoperabilità e Completezza);
  • volendo utilizzare il felicissimo neologismo di Alberto Puliafito (Particoli)

si potrebbe dire che l’Informazione è di Qualità (anche) quando, su una opportuna impalcatura di metadati, al lettore viene affidato un set minimo di Particoli, quelli necessari per avere un “quadro completo” della situazione.

 

Aggiornamento ore 15.30

Con Alberto Puliafito è in atto un rincorrersi molto creativo!

Segnalo così il suo ultimo (ultimissimo direi) post, con un suo nuovo neologismo, Quantum News in cui, con il richiamo alle 5W del giornalismo, si completa la definizione di attributo di Completezza.