uscire dal filter bubble, contro retoriche e nostalgie

Anche se differivano sui dettagli della soluzione, Lippmann e Dewey di fatto concordavano nel pensare che fare informazione fosse un’attività fondamentalmente politica ed etica, e che gli editori dovessero gestire con grande attenzione la loro immensa responsabilità. (Eli Pariser, the Filter Bubble)

Quando gli ho chiesto quali fossero le prospettive future delle notizie importanti ma poco popolari, Nicholas Negroponte ha sorriso. A un’estremità dello spettro, ha detto, c’è la personalizzazione servile: “Sei una persona meravigliosa e ti dirò esattamente quello che vuoi sentire”. All’estremità opposta c’è l’atteggiamento paternalistico: “Ti dirò questo che tu voglia sentirlo o no, perché devi saperlo”. (Eli Pariser, the Filter Bubble)

[…] non è che a forza di proporre di continuo sui giornali e attraverso tutti i media opinioni alla Celentano, a forza di nobilitare l’ignoranza con la semplice scusa che “è quello che pensa la gente”, anche quando questa gente parla come al bar sotto casa mia, questo modus vivendi abbia condannato la competenza e l’autorevolezza? Se il sapere nostalgico e la retorica dell’apocalisse falsano la misura e spianano la strada verso l’incompetenza, e se l’incompetenza è un’ideologia, vuol dire che si troveranno sempre più Celentano in prima pagina. (Antonio Pascale, Democrazia: cosa può fare lo scrittore? – Opinioni (democratiche?))

Walter Siti racconta del rimprovero mossogli frequentemente dai lettori, soprattutto in occasione di dibattiti pubblici, di non “rappresentare la speranza”, di non dare nutrimento al bisogno della platera di sperare. La richiesta di “rappresentare la speranza” suona come una richiesta di conciliazione con l’esistente. Qualcosa di analogo all’accusa, spesso rivolta a chi osa criticare l’esistente, di non saper passare “dalla protesta alla proposta”. Autori come Siti (sintetizzo) sono incapaci di concedere consolazione se non attraverso la bellezza delle loro opere. (Luca Rastello, Democrazia: cosa può fare lo scrittore? – Dell’orazione civile)

[…] si potrebbe sperare nell’affermazione di una sorta di “nuovo intellettuale”, chiamato intellettuale di servizio, capace di far propria, o di riflettere su, la frase di Goffredo Parise: «Credo profondamente e dolorosamente nella democrazia in Italia, cioè nel grado di maturazione di tutti i cittadini per un discorsdo pubblico. E credo nella pedagogia insieme alla democrazia perché non ci può essere l’una senza l’altra». (Antonio Pascale, Democrazia: cosa può fare lo scrittore? – Opinioni (democratiche?))

Il saggio di Pascale e Rastello è in ogni paragrafo del mio lavoro di ricerca. Riprendere le parole di quel saggio e [ri]leggerle insieme a quelle di Pariser mi convince sempre più del ruolo fondamentale del giornalista per la crescita di una Nazione e di quanto sbagliate siano le strade che, invece, tantissime imprese editoriali stanno seguendo.
Ah, se solo tali Imprese fossero “con Finalità Sociali”!

Due Riflessioni sul nuovo @Libero_official

Pare che Libero si sia [ri]fatto il trucco. L’analisi approfondita la fa Pier Luca Santoro nella sua nuova casa di Datamediahub (in bocca al lupo anche da qui!). Io mi soffermo su un paio di aspetti tra quelli evidenziati da Maurizio Belpietro nella sua intervista:

Libero

  1. “Vogliamo crescere, la pubblicitaà scarseggia soprattutto la cartacea. Anticipando un ciclo economico, possiamo garantire all’inserszionista il ritorno del suo investimento perché sapranno che il loro messagio raggiungerà davvero il lettore.”
  2. “Ai lettori diciamo di fare i reporter per noi. Il giornale potrà essere impaginato come si vuole e ogni lettore potrà anche contribuire a crearlo.”

A me il discorso che si fa sulle inserzioni pubblicitarie fa sempre un po’ paura perché immagino il lettore/utente come una vittima più o meno consapevole di messaggi che, con una visione sicuramente integralista, tendo sempre a considerare ingannevoli. E’ questa la ragione che, nella definizione di qualità del contenuto, nel lavoro #1news2cents, mi porta a dire che un contenuto è tanto più di qualità quanto più bassa è la concentrazione di inserzioni pubblicitarie nella Piattaforma/Testata che pubblica la notizia. Tuttavia ritengo che ci possano essere delle forme ammissibili di inserzioni: una pubblicità ammissibile e che non degrada la qualità della testata è la pubblicità che fa notizia sociale, che segnala iniziative, prodotti, eventi in linea con l’obiettivo sociale dell’Impresa Editoriale che distribuisce il contenuto. [L’Impresa Editoriale con Finalità Sociali, alla Yunus (nessun profitto ed eventuale surplus reinvestito in competenze e tecnologie) è la tipoligia di Impresa che sostengo avere i requisiti di accesso al finanziamento pubblico secondo il meccanismo spiegato nel mio libro].

Andiamo al secondo punto. Bene l’idea di coinvolgere il lettore, di renderlo reporter. Bello pensare che, proprio grazie a questi contributi, il quotidiano possa guadagnare valore e le notizie possano acquistare senso. Ma esiste una ricompensa per i lettori? Nel mio modello la ricompensa viene riconosciuta per la condivisione attiva (nel senso che stimola a sua volta la circolazione); cosa prevedere addirittura per la generazione di contenuti?