Capitale Umano, Capitale Sociale e Modello Sociale per il Giornalismo

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Nel 2010 Amartya Sen, Jean-Paul Fitoussi e Joseph Stiglitz pubblicarono “La misura sbagliata delle nostre vite”, una ricerca che dimostrava, su basi non soltanto teoriche, come il PIL non potesse essere più considerato come misura del benessere e del progresso sociale.

Nel 2014 Luca Ricolfi, ne “L’Enigma della Crescita”, elaborò una formula che esprimeva il tasso di crescita basandosi sui dati disponibili nel periodo 1995-2007 per le nazioni OCSE: questa formula esprimeva la forte dipendenza del tasso di crescita dal “Capitale Umano”.

Oggi, in “Crossroads” di Nòva 24, Luca De Biase dice: “secondo la Banca Mondiale il valore del capitale umano equivale ai due terzi della ricchezza dell’umanità e ne spiega il futuro benessere meglio di molte altre variabili.”

Un filone, quindi, aperto da diversi anni. Un filone di ricerca che, però, non ha mai considerato abbastanza un altro parametro, il Capitale Sociale.(1)

Cosa c’entra tutto questo con il Modello Sociale per l’Editoria di #1news2cents?

Qualche punto di premessa:

  • se è vero, come oggi ricorda Luca De Biase, che “l’educazione, l’istruzione, la crescita della conoscenza, la ricerca sono le forme di investimento che generano un aumento del capitale umano e che producono la maggiore crescita della ricchezza nel lungo termine”;
  • se è condivisa l’ipotesi secondo cui la conoscenza – e gli elementi che da essa sono generati – è questione di condivisione in una rete sociale, che più grande è meglio è, nel senso che nessuno è capace di costruirla per sé, da sé;
  • se si ammette che i giornalisti hanno il ruolo sociale di contribuire, con la loro professionalità, alla generazione di senso (cioè di conoscenza) dei fatti nella rete in cui operano;
  • se, quindi, per la creazione di Capitale Umano è necessario (certo, non sufficiente) il lavoro giornalistico;

dovrebbe apparire scontata l’urgenza di realizzare un Modello che lavori per aumentare l’incidenza del Capitale Sociale nel tasso di crescita. Un Modello che – evidentemente – non può che essere un Modello Sociale.

Non deve sfuggire che la ricerca di Ricolfi è una fotografia del periodo 1995-2007 (in cui, come ricordato, il Capitale Sociale, ebbe una incidenza molto marginale sul tasso di crescita), mentre il Modello Sociale che auspico per l’Editoria è un programma di lungo periodo che, se portato a compimento, avrebbe una equazione del tasso di crescita con coefficienti (se non anche parametri) differenti da quelli elaborati dal sociologo Torinese(2).

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(1) In effetti Ricolfi, nel suo trattato, ammetteva di non averlo considerato; e non lo aveva considerato per un motivo ben preciso: l’analisi dei dati aveva dimostrato che il Capitale Sociale aveva avuto, nel periodo osservato, un impatto trascurabile sul tasso di crescita.
(2) Nel Modello che ho elaborato la quantità e la grana di Capitale Sociale circolante è la misura del valore del lavoro giornalistico.

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Da “Il Capitale Umano” di Paolo Virzì: L’assicurazione dell’auto di Massimiliano ha negoziato con i familiari di Fabrizio Lupo, vittima dell’incidente, un risarcimento di €218.976,00.
Importi come questo vengono calcolati valutando parametri specifici: l’aspettativa di vita di una persona, l’ansia potenzialità di guadagno, la quantità e la qualità dei suoi legami affettivi.
I periti assicurativi lo chiamano “il capitale umano

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DIKW

L’impianto teorico del modello sociale per l’editoria formulato in #1news2cents comprende lo schema WIKiD, acronimo di Wisdom, Innovation, Knowledge, Information e Data, elementi del Capitalismo Sociale secondo la visione di Dan Robles. Il WIKiD formulato Dan Robles nel 2010 era uno schema predittivo(1): diceva infatti Robles:

We can say that each new era was derived from the prior era by integrating the tools developed during the prior era. We have seen the data economy in the industrial revolution, we have seen the information economy with Invention of the Integrated Circuit, We are in the midst of the knowledge economy with the advent of the Internet.

Confesso, però, di aver tradito la natura predittiva del WIKiD di Robles per prenderne l’aspetto che, nei tempi in cui facevo le mie primissime ricerche, più mi aiutava a schematizzare il ragionamento: il WIKiD, infatti, mi si presentò davanti come una naturale espansione di quello di Choo, Detlor e Turnbull (Figura 1), che avevo conosciuto due anni prima, nel 2008, grazie al libro“Il marketing dell’informazione e della conoscenza” di Michele Rosco (il libro è del 2003).

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Figura 1(1): The Data-Information-Knowledge Contiuum – lo schema di Choo, Detlor e Turnbull

Così poi, (come dicevo: naturalmente) venne fuori lo schema WIKiD (Figura 2): grazie alle potenzialità sempre più evolute del Web in termini di organizzazione degli elementi (Data, Information e Knowledge) e alle accresciute capacità dell’uomo (che, proprio grazie al Web, poteva entrare in contatto con una platea più ampia, qualificando anche il Capitale Sociale delle relazioni), dalla Conoscenza (Knowledge) si poteva arrivare all’Innovazione (Innovation) e, attraverso essa, alla Saggezza (Wisdom, che ho poi sempre preferito chiamare Benessere).

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Figura 2: evoluzione dello schema di Choo, Detlor e Turnbull: schema WIKiD

Ulteriori ricerche mi hanno portato, recentemente (molto dopo la pubblicazione di #1new2cents), alla scoperta della “Piramide DIKW” (essendo DIKW l’acronimo di Data, Information, Knowledge e Wisdom, Figura 3 e Figura 4, da Wikipedia), utilizzata per rappresentare le presunte relazioni (traduco da Wikipedia) tra dati, informazioni, conoscenza e saggezza.

Le pubblicazioni citate su Wikipedia alla voce DIKW sono del 2006: tre anni dopo, per riassumere, la pubblicazione dello schema di Choo, Detlor e Turnbull sul testo di Rosco (che è del 2003) e quattro anni prima il WIKiD di Robles (del 2010) che, rispetto alla piramide, aggiungeva l’elemento “Innovazione”. Su questi temi lavoro dal 2008.

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Figura 3(1): Un possibile diagramma di flusso della gerarchia DIKW

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Figura 4: Adattamento della Piramide DIKW dei Knowledge Managers della US Army

Questo post vuole essere, oltre che un richiamo al lavoro già svolto, un punto di partenza per eventuali sviluppi futuri.

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(1) L’aspetto predittivo è molto interessante. Dice Dan Robles: “Looking far far into the future, we can predict that the wisdom economy will emerge from an integration of tools developed in the innovation economy. The wisdom economy – with or without the current financial system – will have the greatest likelihood of achieving a sustainable human presence on Earth. Consequently, failure to achieve the wisdom economy presents an equally predictable outcome.” Anche voi pensate all’Intelligenza Artificiale?

(misure di) impatto sociale dell’informazione di qualità

Cosa ha generato il racconto di qualità di un fatto? Cosa sarebbe successo se su quel fatto non vi fosse stata una copertura giornalistica di qualità? Sarebbe molto interessante e utile valutare l’impatto sociale reale dell’informazione di qualità; per esempio iniziando col rispondere a queste due semplicissime domande.

Il sito mediadiqualita.it offre uno spunto di riflessione: vi si possono infatti rintracciare delle storie che raccontano il positivo impatto dei programmi TV, radio e online delle emittenti dello European Broadcasting Union (che ha promosso la campagna “Media di Qualità”) sulle persone.

Ne ho prese un paio, tra quelle per me più emblematiche: la storia di Nora, diventata volontaria per i malati di Alzheimer e quella di Raymond che ha organizzato una mensa per poveri. Ascoltando queste storie ho pensato anche all’effetto positivo che, attraverso le azioni di Nora e Raymond, quei servizi giornalistici hanno prodotto su chi da tali azioni ha tratto beneficio.

 

 

Cos’è l’informazione di qualità, quindi? Si potrebbe rispondere dicendo che l’informazione di qualità è quella che ha un impatto sociale positivo, che fa (fare) del bene alla società.