If the children are the future…

If the children are the future, the future might be very ill-informed.

That’s one implication of a new study from Stanford researchers that evaluated students’ ability to assess information sources and described the results as “dismaying,” “bleak” and “[a] threat to democracy.”

As content creators and social media platforms grapple with the fake news crisis, the study highlights the other side of the equation: What it looks like when readers are duped.

I dettagli dello studio sono in un articolo molto interessante – e, al tempo stesso, inquietante – su npr, National Public Radio. Il pezzo si conclude così:

“What we see is a rash of fake news going on that people pass on without thinking,” he said. “And we really can’t blame young people because we’ve never taught them to do otherwise.”

[…] “The kinds of duties that used to be the responsibility of editors, of librarians now fall on the shoulders of anyone who uses a screen to become informed about the world,” Wineburg told NPR. “And so the response is not to take away these rights from ordinary citizens but to teach them how to thoughtfully engage in information seeking and evaluating in a cacophonous democracy.”

Uno degli output della mia ricerca è la definizione di un criterio di valutazione della qualità dei contenuti (*); criterio che, consapevole delle profonde scelte politiche che andrebbero fatte per renderlo driver decisionale del finaziamento pubblico alle Imprese Editoriali, avevo proposto (e proporrei ancora) di adottare come utile percorso di consapevolezza del lettore; avevo infatti immaginato (e immagino ancora) il lettore alle prese,  durante la lettura, con una semplice checklist di valutazione di alcuni attributi.

Sono consapevole che questo appesantirebbe l’esperienza di fruizione del contenuto, ma, con tecniche di Pointification o Gamification (altre strategie non mi vengono in mente), sono sicuro si potrebbero ottenere dei buoni risultati. Prima di introdurre i “giovani” lettori (uso le virgolette perché non ne faccio una questione soltanto anagrafica) ad un ecosistema informativo così arricchito, però, occorrerebbe lavorare tanto alla creazione del necessario substato culturale.

Qualche tempo fa ho fatto una piccola esperienza in un Liceo Classico, formativa soprattutto per me. Si deve insistere. Dobbiamo insistere.

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(*) Un contenuto si definisce di qualità se la somma dei punteggi assegnati ad un set di attributi (Tipologia, Professionalità, Pluralismo, Accessibilità, Pubblicità, Interoperabilità e Completezza) supera una soglia. (Qui trovate l’indice e il primo capitolo del mio lavoro).

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i Ganci alla Conoscenza

Filloux (via Mario Tedeschini-Lalli) si pone un problema interessante: “What defines journalistic quality? How to build a system reliable enough to be deployed at scale? Here are some leads.”

La soluzione proposta è altrettanto interessante: “For my contribution, I will focus on three signal types that convey quality: Stated Signals, Inferred Signals, Subjective Signals.” Sugli Stated Signals, poi: “Simply put, these are the signals that can be attached to any piece of news as a part of the production phase, right in the Content Management System.”

Mi sembra una naturale prosecuzione del ragionamento che, ne “La stanza intelligente”, David Weinberger, faceva a proposito delle nuove conoscenze che nascono intorno alla Rete e nella Rete diffuse dai contenuti digitalizzati online. Weinberger diceva che, con un opportuno utilizzo dei metadati (indicando come standard di riferimento il Dublin Core), si potevano “fornire ganci alla conoscenza” e, di conseguenza, fare della Rete un veicolo di conoscenza ancora più efficace. Con l’utilizzo dei metadati – diceva – i contenuti possono diventare interoperabili, nel senso di “più facilmente rintracciabili”, decodificabili e collegabili, sia dai lettori sia da altri autori, altri giornalisti, altri scrittori.

Il progetto del Dublin Core (riassumevo nel mio lavoro di ricerca) si è sviluppato in ambito OCLC (On line Computer Library Center), la grande rete di servizi americana per le biblioteche. Nel marzo 1995 si è tenuta una conferenza nella città americana di Dublin (Ohio), alla quale i partecipanti hanno convenuto sulla necessità di creare un insieme di strumenti condivisi per l’accesso alle risorse digitali. Lo scopo era quello di stabilire un insieme base di elementi descrittivi che potessero essere forniti dall’autore o dall’editore dell’oggetto digitale, ed inclusi in esso, o da esso referenziati. Il consorzio di utenti che si è costituito ha incominciato così a sviluppare un’architettura per i metadata che venisse incontro alle necessità dei venditori e dei produttori di informazioni. L’Istituto Centrale per il Catalogo Unico (ICCU) ha curato la traduzione in italiano del “Dublin Core Metadata Element Set”. Il Dublin Core Metadata Element Set (ancora dal mio libro) è formato da: Titolo, Creatore, Soggetto, Descrizione, Editore, Autore di contributo subordinato, Data, Tipo, Formato, Identificatore, Fonte, Lingua, Relazione, Copertura, Gestione dei diritti.

Il piccolo sforzo che ho fatto è stato poi definire un sottoinsieme minimo dei metadati del Metadata Element Set che potesse garantire un livello accettabile di interoperabilità. Ho poi messo l’interoperabilità nel gruppo degli attributi di qualità (insieme con Tipologia, Professionalità, Pluralismo, Accessibilità,  Pubblicità e Completezza) di un contenuto online.

Con un pizzico di orgoglio: i conti cominciano a tornare.