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Nel libro “La stanza intelligente”, David Weinberger, parla delle nuove conoscenze che nascono intorno alla Rete e nella Rete diffuse dai contenuti digitalizzati online. Weinberger dice che, con un opportuno utilizzo dei metadati (indicando come standard di riferimento il Dublin Core), si potrebbero “fornire ganci alla conoscenza” e, di conseguenza, si potrebbe fare della Rete un veicolo di conoscenza ancora più efficace.
Con l’utilizzo dei metadati, i contenuti diverrebbero interoperabili, nel senso che sarebbero più facilmente rintracciabili, decodificabili e collegabili, sia dai lettori sia da altri autori, altri giornalisti, altri scrittori. L’utilizzo dei metadati, inoltre, garantirebbe interoperabilità anche a livello di piattaforma […].

L’Istituto Centrale per il Catalogo Unico (ICCU) ha curato la traduzione in italiano del “Dublin Core Metadata Element Set”. Il Dublin Core Metadata Element Set è formato da: Titolo, Creatore, Soggetto, Descrizione, Editore, Autore di contributo subordinato, Data, Tipo, Formato, Identificatore, Fonte, Lingua, Relazione, Copertura, Gestione dei diritti.
Si potrebbe provare ad ipotizzare un set minimo di elementi necessario a garantire un livello accettabile di Interoperabilità; una ipotesi di set minimo potrebbe essere quella comprendente Titolo, Creatore, Soggetto, Descrizione, Editore.

Questa è la definizione di Interoperabilità, uno dei sette attributi della Qualità dell’Informazione che ho presentato (insieme con Tipologia, Professionalità, Pluralismo, Accessibilità, Pubblicità e Completezza), nel mio lavoro di ricerca. Si tratta di una caratteristica che, riguardando i metadati, è più tecnologica che relativa al contenuto vero e proprio (il dato).

Nel Settembre del 2006, Adrian Holovaty, proponeva per il giornalismo la strada dell’Informazione Strutturata. Come Mario Tedeschini Lalli ha spiegato qualche anno dopo, l’Informazione strutturata è l’informazione che si affida a database che ogni cittadino/lettore può interrogare secondo i propri interessi; è una informazione, quindi, maggiormente fruibile dai lettori e in grado di lasciare ai lettori la libertà di fare indagini, confronti, con informazioni dello stesso dominio, della stessa tipologia.

Holovaty fa l’esempio delle notizie degli incendi: se l’informazione sugli incendi fosse strutturata su un insieme completo di record, ciascun lettore potrebbe fare agevolmente dei confronti con altre storie di incendi facilitando il suo percorso verso la conoscenza.

Riconoscere che, associato a ciascuna tipologia di Unità Informativa, sia necessario definire un set minimo di argomenti (cioè di record) da trattare, che permetta a chi usa quella Unità Informativa di avere un quadro chiaro della situazione (un set in grado, oltretutto, di lasciare una certa autonomia nel percorso verso la Conoscenza), genera l’esigenza di un altro attributo di Qualità per l’Informazione: la Completezza.

Questa, invece, è la definizione di Completezza. Rispetto all’Interoperabilità, la strutturazione di Holovaty agisce a livello di contenuto, non di metacontenuto.

Fin qui #1news2cents.

Facciamo un passo avanti: al New York Times hanno inventato i Particles (raccomando la lettura della utile sintesi fatta sull’argomento da Alberto Puliafito, opportunamente sollecitato da Antonio Rossano).

Ora:

  • siccome ci sta a cuore la Qualità del Contenuto;
  • se vanno bene le definizioni gli attributi richiamati all’inizio (Interoperabilità e Completezza);
  • volendo utilizzare il felicissimo neologismo di Alberto Puliafito (Particoli)

si potrebbe dire che l’Informazione è di Qualità (anche) quando, su una opportuna impalcatura di metadati, al lettore viene affidato un set minimo di Particoli, quelli necessari per avere un “quadro completo” della situazione.

 

Aggiornamento ore 15.30

Con Alberto Puliafito è in atto un rincorrersi molto creativo!

Segnalo così il suo ultimo (ultimissimo direi) post, con un suo nuovo neologismo, Quantum News in cui, con il richiamo alle 5W del giornalismo, si completa la definizione di attributo di Completezza.

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Giornalisti, Editori, e Tecnologia. Ma prima un Modello Sociale!

I trend tecnologici rappresentano ancora il faro all’orizzonte per un’industria che forse potrà continuare a finanziare il giornalismo (in perdita) se riuscirà a spostare il focus del business sulla tecnologia. Dovrà però smetterla di ragionare in termini di prodotto e cominciare a farlo in termini di servizio: se c’è ancora spazio per “fare soldi”, risiede nelle piattaforme di abilitazione. Il binomio fra trend tecnologici e nuove forme di monetizzazione dell’esperienza dei lettori rappresenta il futuro immediato.

Se l’Esperienza è buona, tra noi e il nostro “lettore” può crearsi Empatia. Parente stretto dell’empatia (e molto legato anche all’esperienza) è l’Engagement […]. E per creare engagement, bisogna suscitare Emozioni. […]. Di costruire “emozioni intorno al brand” ha parlato Mary Walter-Brown, publisher del Voice of San Diego […].

[…] c’è ancora spazio per il giornalismo? La risposta è ovviamente sì, altrimenti cadremmo nel paradosso di una società basata sull’informazione costante che però prosciuga le sorgenti di questa informazione. Però non c’è nessuna evidenza che il giornalismo debba ancora restare legato all’editoria, anzi semmai comincia a esserci qualche evidenza del contrario […].

Avete presente Torrent? Il file sharing via browser che bypassa i server? Beh anche nell’ambito dell’informazione si arriverà presto a uno scenario del genere, allo scambio one – to – one. […] È certo che andiamo verso un mondo nel quale trionfa il rapporto diretto tra individui – o comunità di individui – rispetto al ruolo del fornitore del servizio, con un rovesciamento dei ruoli […].

Questo e tanto altro ha riportato Andrea Iannuzzi dalla conferenza dell’Online News Association tenutasi nei giorni scorsi a Los Angeles.

La strada, quindi, sembra essere quella di un giornalismo di servizio non necessariamente legato all’Editore e basato, oltre che su nuove soluzioni tecnologiche, soprattutto sul rapporto fiduciario che va ricostruito tra giornalista e lettore, cioè tra cittadini. Certo, si tratta di capire come rendere redditizio questo gioco (senza troppe illusioni, però: come osserva Antonio Rossano, in Italia è strutturalmente utopico che una industria editoriale possa avere il successo del New York Times); sono però convinto che nessun modello di business funzionerà se non sarà stato prima rifondato un modello sociale.

Il giornalista, nell’esercizio del suo ruolo sociale, deve a mio avviso essere l’attore principale di questa rifondazione (il modello sociale su cosa deve basarsi se non sulla fiducia?). Soprattutto ora che la figura ingombrante dell’Editore sta diventando marginale (lo ha detto anche Alberto Puliafito a #digit15).