Welcome to @reportedly! (cit.)

Reported.ly

There are robust, informed conversations taking place online every day, around the world — and too often, these conversations are ignored by the media in favor of their own coverage.

That’s where reported.ly comes in. We’re an international team of journalists with literally dozens of years’ worth of combined experience as online community organizers, storytellers and curators. We don’t try to send people away from their favorite online communities just to rack up pageviews. We take pride in being active, engaged members of Twitter, Facebook, reddit — no better than anyone else there. We want to tell stories from around the world, serving these online communities as our primary platforms for reporting — not secondary to some website or app. Forget native advertising — we want to produce native journalism for social media communities, in conjunction with members of those communities.

Some of the most compelling news stories around the world emerge directly from social media. We want to earn your trust to be your guide, helping you navigating the never-ending stream of rumors and footage and get a better sense of what is actually happening. And we’ll never bullshit you, stalling for time while we wait to learn everything — we commit to being upfront of what we know, what we don’t know, and why.

This is Andy Carvin, Editor-In-Chief and founder of Reported.ly(1)(2), new journalistic subject (this definition is mine) that seems to be very promising for a number of very good reasons: I see an Information&Knowledge-related Marketing, rather than a Reader-related Marketing; it appears to offer a path to discover and give meaning to what happens, rather than a ready-made product; the target is the citizen (i.e. the one who writes, the one ho reads, and the mediator. Everyone!), not only the reader; the object is what is important, rather that what is interesting (for the reader).

My concerns are related to the way each single contributions (given by the one who writes, the one ho reads, and the mediator) will be valued. In a certain way, my concern relates to the Business Model.

(1) This is the team of Reported.ly.
(2) Good luck to Marina Petrillo, the (italian) East Coast producer at reported.ly.

Comunità Locali e Scelte Sociali delle Testate

Il ruolo sociale della testata giornalistica di informare la comunità, e quindi la bontà del lavoro svolto dai giornalisti, può essere misurato dal Capitale Sociale scambiato tra i suoi membri e dal livello di Benessere (inteso almeno come consapevolezza delle scelte che vengono fatte nella vita quotidiana) della comunità stessa (1).

Gli approcci e le scelte dei modelli delle imprese (sociali) editoriali ovviamente cambiano (dovrebbero) a seconda delle caratteristiche delle comunità.

Una classificazione delle comunità è quella fatta su base geografica. “Dispersed” e “Place Based” sono le definizioni date in un articolo scientifico, “The Effects of Dispersed Virtual Communities on Face-to-Face Social Capital” (2), che studia le dinamiche di accumulo del Capitale Sociale nelle comunità virtuali quando i suoi membri hanno anche la possibilità di frequentarsi offline, in modalità Face-to-Face (FtF). Nello studio si osserva che nelle Dispersed Virtual Community il capitale sociale si accumula perché i suoi membri discutono delle regole (“norms”, quelle che poi applicano nei rapporti FtF) e, aiutandosi, costruiscono un rapporto fiduciario (“trust”) (3). Gli studiosi, nelle conclusioni, raccomandano di dinamicizzare questo circolo virtuoso anche nelle comunità Place Based:

“Virtual community that are explicitly place based (e.g., neighborhood associations) should pay close attention to providing opportunities for people to exchange support and assistance so that they can develop the attachment and loyalty seen in this [dispersed] virtual community in their members.”

Torniamo quindi al ruolo sociale del giornalismo e concentriamoci sulle comunità Place-Based, e quindi, al ruolo sociale delle testate locali anche in relazione alla tecnologia scelta (online o carta): come può agire una testata giornalistica locale perché si accumuli capitale sociale?

Faccio delle ipotesi:

(1) I membri della comunità, discutendo nella Piazza o al Bar delle notizie, hanno già stabilito un rapporto fiduciario e regole di comportamento comuni (per esempio le stesse regole da usare nella conversazione). La testata giornalistica, quindi, già svolge egregiamente il suo lavoro senza necessità della versione online.

(2) I membri della comunità non si incontrano offline, non esiste la conversazione in Piazza o al Bar. La testata giornalistica può in tal caso svolgere il suo ruolo sociale solo in un modo: costituendosi online. Tuttavia, proprio per le raccomandazioni riportate nell’articolo, il ruolo del giornale non può esaurirsi online: deve anche creare occasioni di incontro offline.

Ovviamente le tante realtà si pongono tra queste due estremità e le scelte vanno fatte su base sociale stando molto attenti agli effetti che si possono generare: costruire piattaforme virtuali (cioè agire soltanto online) è una pratica secondo me da evitare ogni volta che esiste il rischio di disgregare (liquefare, per dirla alla Bauman) una comunità. Continuo a ritenere che la Rete abbia allontanato la deriva liquida permettendo una riconnessione a chi si stava separando del tutto, sia chiaro. Oltretutto la tecnologia offre sicuramente il modo di catalogare, di organizzare dati e informazioni, non c’è bisogno di dirlo.

Ma, quando la specificità territoriale lo permette, penso ci si debba sforzare a far camminare le connessioni sociali sull’asfalto, piuttosto che sul cavo. E questo è vero quanto più piccola è la comunità. Man mano che le comunità si fanno più grandi, poi, seguendo le raccomandazioni presenti nell’articolo citato, il ruolo sociale della testata si compie tanto più quanto maggiori sono le occasioni create di connettersi anche nelle (piccole) Piazze: riuscite ad immaginare l’arricchimento che si ricaverebbe se iniziative stile “Repubblica delle Idee” avessero luogo nelle Piazze dei piccoli centri italiani (dando parola a chi vive il territorio)?

(1)E’ poi l’equivalente monetario del Capitale Sociale che misura la qualità dell’articolo: due centesimi di euro per articolo è il risultato del mio calcolo secondo un procedimento ampiamente documentato nel libro
(2)Capitolo 3 del libro Social Capital and Information Technology
(3)Una scuola di pensiero sostiene che il capitale sociale si crei e si accumuli quando tra i membri della comunità c’è condivisione di norme di comportamento e fiducia.