Appello ai giornalisti (e non solo)

Emily Bell, Director presso il TOW Center for Digital Journalism alla Columbia Journalism School, ha tenuto un importantissimo discorso al Reuters Institute di Oxford (grazie a Mario Tedeschini Lalli per la segnalazione).

Io segnalo un paio di brevi passaggi, che credo riassumano bene il senso dell’intero intervento:

If there is a free press, journalists are no longer in charge of it. Engineers who rarely think about journalism or cultural impact or democratic responsibility are making decisions every day that shape how news is created and disseminated.
[…] Facebook uses a series of complicated formulae to decide which news stories rise to the top of your page or news feed.
These mechanisms are known as algorithms. They dictate not only what we see but provide the foundation of the business model for social platforms. They are commercially sensitive and therefore remain secret. They can change without notice, and they can alter what we see without us even noticing.

Yes, as part of this journalists ­ and editors ­ should learn to code, they should learn programmatic thinking and should be able to understand the world they operate in.

Insomma: l’ecosistema informativo è cambiato e chi vi opera è tenuto a sapere come vanno le cose. E’ un appello, quello di Emily Bell, rivolto ai giornalisti ma…

che non sia ancora garantita la neutralità della Rete (e chissà mai se lo sarà), è una consapevolezza che chiunque sia attivo online deve avere. Anche perché, una volta online, siamo ormai tutti parte dell’ecosistema (la stessa Bell dice: “An Indiana University survey found that in the US 80 per cent of journalists use Twitter to find out about breaking news, and 60 per cent of them use it directly as a source for stories.”).

Come fare perché ci sia questa consapevolezza diffusa? Personalmente mi trovo in sintonia con Giuseppe Granieri quando dice della necessità che nelle scuole si cominci ad insegnare ad affrontare la complessità tipica del mondo digitale. Solo così tutti sapranno riconoscere la bolla in cui l’algoritmo ci costringe.

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