Senza Finanziamento addio Pluralismo e Professionalità!

Credo sia molto pericoloso eliminare il finanziamento pubblico all’Editoria. D’altra parte è assolutamente necessario rivederne le regole di elargizione. Il Modello Fotovoltaico che ho approfondito nel mio libro prevede che i fondi pubblici passino attraverso le mani dei cittadini e che poi gli stessi fondi siano spendibili soltanto per l’acquisto di informazione di qualità.

Diversi sono gli attributi che concorrono a qualificare l’informazione. Ne cito due: il pluralismo della piattaforma di distribuzione e la professionalità del giornalista.

Senza il finanziamento pubblico, si rischierebbe di avere una informazione nelle mani di qualche “tycoon” in grado di investire denaro in progetti senza pluralismo e senza garanzie di professionalità. Ieri abbiamo avuto due esempi illuminanti: l’attacco alla giornalista Maria Novella Oppo de l’Unità da parte di Beppe Grillo (quello che vuole cancellare il finanziamento pubblico mentre si finanzia con gli “adSense”), e il titolo (fortunatamente poi rimosso) de ilGiornale qualche istante dopo la notizia della morte di Mandela (via): stiamo parlando, quindi, di un “politico” evidentemente allergico al pluralismo al pari del “tycoon” italiano padrone proprio de ilGiornale.

Penso ci sia ben poco da aggiungere.

Il post di Grillo e l'articolo di Sallusti

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Il nuovo @wireditalia. Due parole “con” @massimo_russo e @ferrazza

E’ online la nuova versione di Wired Italia: il direttore Massimo Russo e il suo vice Federico Ferrazza (mi) hanno fatto riflettere molto con i loro pezzi.

Mi sento di condividere ogni parola del direttore, con il richiamo che fa alla felicità. Purché la felicità non sia soltanto uno slogan. La felicità, il benessere, la saggezza sono alla base della teoria del Modello di ecosistema informativo che ho definito nel mio lavoro: la felicità è ciò che si raggiunge (anche) grazie alla condivisione online dell’informazione; la felicità è una condizione che mette in moto circoli virtuosi e che è saggezza quando, proprio per la circolazione delle informazioni – di qualità! – permette di fare scelte più ragionate, più consapevoli (scelte imprenditoriali per chi guida un’Azienda, scelte politiche per chi va a votare, etc.). Mi auguro non si cada nuovamente nella trappola di qualche anno fa, quando la storia del Premio Nobel per la Pace seppe soltanto illudere e a vendere qualche copia in più. Insomma: la Felicità è una cosa seria, trattatela bene!

Sulle parole di Federico Ferrazza, invece, ritengo opportuno soffermarsi. Delle 36 cose che Ferrazza ha imparato negli ultimi 3 anni (sui siti di informazione), ne ho considerate dieci e, per queste dieci, propongo la mia personale visione, il mio commento.

2. Non esiste più (aggiungo: per fortuna) una distinzione netta tra giornalisti, marketing e reparto commerciale. Chi la invoca è fuori dal tempo o semplicemente un/a cretino/a.

Marketing: mettiamoci d’accordo sulle modalità di declinazione del marketing. Se si sta parlando di “dare ai cittadini esattamente ciò che cercano”, beh, a me sa troppo di “panem et circenses” che con la crescita ha poco a che vedere. Se invece ci si sta riferendo al marketing intelligence di ciò che è importante raccontare, di ciò che al lettore deve o dovrà interessare e al packaging che serve per rendere interessante l’importante, allora la musica cambia. Nel primo caso la seconda “regola” la casso; nel secondo caso la sposo totalmente!
Reparto Commerciale: qual’è il modello di business dell’Impresa Editoriale? Qui viene fuori il mio integralismo: la mia idea è che le Imprese Editoriali debbano essere alla Yunus

4. Il successo di un sito web si basa sulla quantità. Ma non quella degli utenti o delle pagine viste, bensì del fatturato. (Sembro Catalano ma ogni tanto è bene ricordarlo).

Dipende cosa ci si fa con i soldi che entrano (oltre che dal modo in cui i soldi vengono fatti, vedi commento al punto 2.). In una logica alla Yunus, più aumenta il fatturato e maggiori sono gli investimenti in innovazione e riduzione costi. Se il fatturato è soltanto margine e ridistribuzione degli utili, allora c’è un problema.

6. Se mai è esistita la distinzione tra giornalismo e intrattenimento, in Rete esiste molto meno.

Purtroppo è così. Ma assecondare questa tendenza diventa pericoloso per chiunque abbia a cuore il ruolo dei giornali e dei giornalisti.

14. Se non esistessero Google, Facebook e Twitter e simili, tutti noi faremmo meno traffico e meno soldi. Gli editori che non capiscono questo, invocando un pagamento (di Google, Facebook e Twitter e simili) per i loro contenuti sono fuori dal tempo e dal mercato.

E’ così! Ma questo non significa che bisogna trascurare la spinosa questione del diritto d’autore. Voglio dire: da qualche parte la ricompensa per i giornalisti dovrà pur venire. Io sostengo che ogni contenuto di qualità distribuito online deve essere pagato e, quindi, il paywall potrebbe essere una prima strada di remunerazione dell’autore.

17. Purtroppo in Italia, nel mercato pubblicitario online, contano ancora tanto le pagine viste, e non gli utenti unici.

Sarebbe il caso cominciassero a contare anche altre cose: il tempo di permanenza sulla pagina e il grado di socialità di un contenuto, di una notizia.

19. I siti di news italiani che non hanno un brand (o casa editrice) forte alle spalle fanno fatica. Non tanto per la raccolta pubblicitaria, ma perché non hanno un sistema (non solo un sito) su cui puntare.

Una soluzione è scritta nel mio libro e, mi ripeto, si chiama Impresa Editoriale con finalità Sociali (alla Yunus). Le uniche (siamo al limite dell’utopia, certo, ma di quelle realizzabili) che dovrebbero ricevere il finanziamento pubblico da parte dello Stato declinato in termini di crediti di accesso all’informazione concesso ai Cittadini secondo il Modello che ho chiamato Fotovoltaico.

32. È importante che i collaboratori esterni e i lettori conoscano il dietro le quinte delle redazioni. Non per un effetto zoo ma per capire tutte le dinamiche e le scelte che a volte possono sembrare sbagliate e inefficienti e a volte lo sono davvero sbagliate e inefficienti. Bisognerebbe trovare il modo e il tempo per fare degli “open day”.

Più che d’accordo. In questo modo i Cittadini si renderebbero conto che quello del Giornalista online è un lavoro e va retribuito. Come? Semplice: pagando le informazioni. L’esperienza alla Redazione de “la Stampa” mi ha confermato questa cosa e sarebbe istruttiva.

34. I paywall non funzionano in Italia, almeno per il momento (e se mi posso lanciare in una previsione: neanche in futuro).

Sul fatto che non funzionino ora è evidente. Sul fatto che non funzioneranno in futuro io non sarei così drastico. Ci sono almeno due fattori in gioco. Il primo: quanto in Italia si crede a tale modello (da un punto di vista culturale prima ancora che da un punto di vista economico)? Per me, prima di ogni cosa, paywall significa pagare l’informazione di qualità; e questo è l’aspetto culturale. Superato questo scoglio si passa al secondo fattore: l’aspetto implementativo. Qui cedo la parola agli esperti!

35. Rifacendo il sito che state navigando abbiamo fatto molta attenzione all’esperienza dell’utente. Sarebbe bello che avvenisse anche nei giornali di carta.

Ma i giornali di carta hanno davvero futuro? Mi fermo alla domanda pur avendo qualche idea sulla risposta. Ma ci ritornerò nei prossimi tempi.

36. Sarò la persona più felice della Terra (vabbè, adesso non esageriamo) quando in tutte le redazioni – oltre ai curatori dei contenuti (anche dal punto di vista social) e al reparto (foto)grafico – ci saranno dei programmatori/sviluppatori. Sono fondamentali quanto i primi due, ma è ovvio che servono dei giornalisti in grado di dialogarci (cioè di capire quello che dicono e di fare richieste sensate).

D’accordissimo. E aggiungo: considerando quanto hanno riportato a casa gli eroi di Atlanta, direi che sarebbe il caso di metterci anche uno smanettone.

Spero ci sia qualche spunto di dibattito.

Appunti sugli Appunti dall’#ONA13. E anche altro!

La giornata di ieri a Torino è stata interessantissima. Prima gli appunti di Marina Petrillo, Mario Tedeschini Lalli e Carlo Felice Dalla Pasqua da Atlanta, dove si è tenuta la conferenza dell’ONA, l’Online News Association (la più grande associazione mondiale di giornalisti digitali); poi una visita nella Redazione de la Stampa, proprio lì, tra le scrivanie dei giornalisti; infine l’avventura nel FabLab/Officine Arduino.

C’è stato molto di #1news2cents in questi tre eventi (per tutto l’interessantissimo resto vi consiglio di monitorare il neonato blog di ONA Italia in cui saranno postate le presentazioni).

Tre spunti su tutti:

Il giornale deve essere sempre avanti rispetto al lettore, ne deve sapere di più. Poi il lettore lo giudicherà da come l’argomento è stato presentato. Questa una delle perle di saggezza di Emily Bell riportate da Marina Petrillo.

Io interpreto così: il giornalista deve saper contestualizzare le informazioni e dare senso ai fatti che racconta. Essere avanti rispetto al lettore è anche un saper fare lavoro di “Intelligence” su ciò che è importante raccontare, su ciò che al lettore deve o dovrà interessare. E certo poi che, per rendere interessante l’importante bisogna lavorare bene sul “Packaging”. “Intelligence” e “Packaging” due termini presi non a caso in prestito dal Marketing perché è di “Marketing dell’Informazione e della Conoscenza” (uno dei saggi che più mi hanno aiutato nella mia ricerca) che si ha bisogno per guidare i Cittadini in quel percorso di crescita che non può prescindere dal giornalismo e dal ruolo dei giornalisti!

Tra le iniziative ONA, Mario Tedeschini Lalli ha riportato quella dell’Online Ethics, cioè l’intenzione di redigere un codice etico specifico per il giornalismo digitale (da leggere).

A me viene in mente il TIMU, la piattaforma per fare e distribuire informazione generata con Accuratezza, Imparzialità, Indipendenza e Legalità; un metodo che ho integrato nel mio lavoro nella griglia di attributi per la valutazione della qualità dell’informazione. Una simile iniziativa potrebbe essere un ottimo tassello per completare la mia personale definizione di Qualità del Contenuto. Io l’aspetto con ansia!

Sensor Journalism! As data journalism becomes mainstream, news organizations hire programmers and technology becomes ever cheaper, more widespread and more powerful, new possibilities arise for sensors to be used as reporting tools. (via)

La visita a FabLab va digerita perché, passata l’infantile sbornia fatti di “oohh!” di sorpresa nel vedere che davvero tutto si può fare, ci si può/deve mettere a pensare a come fare giornalismo collezionando le informazioni raccolte da un sensore o da una rete di sensori seminati (dalla testata giornalistica? dai cittadini su base volontaria? è tutto da vedere…) in un’area di interesse. L’esempio di acqualta.org fatto da Carlo Felice Dalla Pasqua è emblematico. Dov’è #1news2cents in tutto questo? C’è nella consapevolezza che ha (dovrebbe avere) il Cittadino di contribuire a costruire l’informazione, a darle maggiormente senso: la “open palina” che acqualta.org mette a disposizione di chi voglia contribuire al progetto io la vedo come una evoluzione di un buon commento ad un articolo condiviso online. Forse si tratta di un segnale debole ma, fossi nei panni di un Direttore, comincerei seriamente a pensare di assumere uno smanettone (non dico ingegnere perché sono in conflitto di interessi!) 😉